ACQUA DOLCE ALLE ISOLE

romanzo a puntate illustrato
di
Giovanni Zanzani

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Capitolo 5

Il Francieschiello era ormeggiato in un angolo del porto. Il colore della chiglia tendente al rosso per via della ruggine più che al nero, sua antica vernice ancora visibile qua e là lungo le fiancate nei punti in cui la parete metallica si era mostrata resistente alla salsedine, lo facevano apparire un vascello in disarmo.
Il suo aspetto induceva a pensare che non prendesse il mare da almeno vent'anni. Solo il nome si era salvato dall'ossidazione, ma semplicemente perché un marinaio lo aveva ripassato di bianco durante l'ultima sosta.
- E' brutta, lo dica pure, la mia nave. Ma il povero Matteo Campanella, buonanima, la portava in giro per le isole come fosse l'orgoglio della marina siciliana - la donna tacque mentre il comandante la osservava in silenzio. Quando riprese a parlare scandì bene le parole - Beh, se non della marina siciliana il Franceschiello è l'orgoglio della nostra famiglia. - Tacque ancora e tirò un sospiro. Annibale si accorse che le tremava il petto e la bocca le si torceva come se stesse per piangere. Invece si avviò sulla banchina muovendo i passi con determinazione.
- A Lipari aspettano questo carico d'acqua da un mese. Normalmente la cisterna per le Eolie parte da Messina, ma l'armatore messinese ha la nave ferma e mi è stato chiesto di effettuare il rifornimento col Franceschiello. Se domani il mio piroscafo non partirà dovrò rinunciare alla commessa, e non sarà facile trovare un altro contratto così buono. Il povero Matteo non poteva scegliere un momento meno adatto per morire. -
Salito a bordo Annibale cominciò a chiedersi se avesse fatto bene a offrirsi per quell'incarico. Il Franceschiello era davvero malmesso e la proprietaria una poveraccia in balìa di problemi più grandi di lei. Che gli era saltato in mente di proporsi per il comando?
Varata alla fine del secolo precedente come bastimento di appoggio nelle operazioni di salvataggio e di recupero, la navetta era stata trasformata in nave cisterna solo per evitarne la demolizione. Spinta da una macchina a vapore da cinquecento cavalli, aveva lo scafo in ferro, poppa e prua dritte nello stile dei battelli ottocenteschi, e un lungo camino nero cerchiato di rosso.
- Più che brutta, mi sembra vecchia la sua nave. -
Il comandante aveva parlato sovrapensiero, ma lo sguardo della donna si indurì. La frase di Annibale la feriva.
- La vecchiaia non è sempre un difetto, comandante... come ha detto che si chiama? -
- Balsimelli. Annibale Balsimelli. -
- Ecco signor Balsimelli, la nave Franceschiello è sempre andata benissimo. Io ne sono proprietaria da quando mio marito Fernando morì, pace all'anima sua. Se non la vuole pilotare, cerchi altre scuse, non dica che è vecchia. Si tratta di una nave, non di una ragazza da sposare. -
Annibale Balsimelli si morse le labbra. La sua osservazione sull'età del battello, rivolta a una signora che doveva essere già nata da un pezzo il giorno che l'imbarcazione era stata varata, non avrebbe potuto essere più indelicata. Per togliersi dall'imbarazzo percorse il ponte osservando in silenzio le attrezzature. Si trattava della nave più vecchia che avesse mai visto, un'imbarcazione dalle linee così antiquate da far pensare che fosse uscita da un museo navale. Ciononostante il desiderio di riprendere il mare fu più forte di ogni altra considerazione, tanto da fargli pronunciare una frase che stupì lui per primo.
- E' una nave bellissima. -
La donna lo guardò cercando di capire se stesse scherzando o se parlasse seriamente, ma lui rimase impassibile. In realtà bellissima era l'idea di navigare, ecco cosa intendeva affermare, ed egli voleva navigare a ogni costo, anche su quell'anticaglia. Ma questi erano affari suoi, che ne sapeva la signora del bisogno di sentire il suolo ondeggiare sotto i piedi, di vedere il sole riflesso in centomila scintille sul dorso delle onde? Forse che i terricoli capiscono quel genere di piacere? La sua interlocutrice continuava a fissarlo con gli occhi spalancati e il comandante finì di sbalordirla.
- Domattina sarò a bordo del Franceschiello, pronto a condurre la sua nave dove la stanno aspettando.
L'affermazione non poteva essere più lapidaria, e nello stesso tempo più gradita alle orecchie dell'anziana armatrice.
- La porti a Lipari e scarichi l'acqua, ha detto che è capace di farlo, no? - alla donna era tornato il buonumore. - Ora le presento l'equipaggio: quello che sta sorridendo si chiama Donato, è muto, ma come marinaio sa il fatto suo.
Sul ponte accanto ad essi era comparso un tipo allampanato con un sorriso ebete stampato sulla faccia. Dall'espressione degli occhi che non perdevano un particolare di ciò che avveniva intorno a lui, si capiva che l'uomo era assai più accorto di quanto il suo volto non inducesse a credere.
- La macchina la manda Gaetano Salvato, da macchinista sa cavarsela a meraviglia e in più, grande e grosso com'è, sa fare anche tutto il resto. Se lei è d'accordo, le farà da secondo. Per scaricare l'acqua bastate voi tre, però a bordo troverà anche Tancredi, mio nipote. Mi ha chiesto di far parte dell'equipaggio. A me non dispiace che s'impratichisca del mestiere, anche se adesso frequenta il liceo. Un giorno il Franceschiello sarà suo e voglio che lo conosca bene, ma non me lo faccia strapazzare, ha solo diciassette anni.
Dalla scaletta che portava alla plancia di comando erano scesi gli altri due, Gaetano in tuta e Tancredi in maniche di camicia. Entrambi salutarono la proprietaria e lanciarono uno sguardo all'uomo che era con lei.
- Il signor Balsimelli è il nuovo comandante. Badate di dargli retta. Il carbone c'è, Gaetano?
- Aveva provveduto a farlo imbarcare don Matteo. Ce n'è abbastanza per andare e tornare da Lipari due volte.
- Bene. La nave è nelle sue mani, Balsimelli. Per le firme verrà il ragionier Pascione, mio contabile. La saluto e buon viaggio. A proposito, il mio nome è Amalia Sanfilippo.
Pronunciate queste parole Amalia se ne andò. Annibale approfittò del momento d'impaccio che teneva gli uomini immobili davanti a lui per studiare il suo nuovo equipaggio. Gaetano era un giovane uomo dall'aspetto monumentale. Di statura imponente, portava baffi folti e chiari che lo facevano somigliare a un  vichingo. Anche i capelli, di colore ramato, erano rigogliosi e curati. La tuta blu che indossava non appariva unta né rattoppata come ci si sarebbe potuto aspettare dal marinaio di una nave così malmessa. Nell'insieme dava l'idea di un individuo diligente e ordinato, con l'aggiunta di una nota di vanità. Donato, piccolo e male in arnese, era tutto l'opposto. La faccia dai lineamenti mobilissimi richiamava quelle scimmiette paurose che un tempo venivano tenute alla catena dagli imbonitori nelle fiere. Pantalonacci bisunti e scarpe sfasciate completavano il ritratto di un individuo cresciuto ai margini della società civile, ma determinato a restarvi con l'accanimento degli ultimi. Infine Annibale posò lo sguardo su Tancredi. Il nipote dell'armatrice era un ragazzo minuto, scuro di capelli e di pelle olivastra, un volto arabo di prima che i normanni dotassero il genotipo siciliano di colori chiari.
Il ritratto dei componenti dell'equipaggio è solo un tentativo di arricchire di particolari il paragrafo nel quale Annibale, in modo stringato, descrisse sul giornale di bordo i tre uomini che lo fissavano in silenzio sul ponte del piroscafo.

Equipaggio del Franceschiello: macchinista Vercingetorige, marinaio Pulcinella, mozzo Saladino. Li comanda Caronte.

Frase che testimonia lo stile asciutto del comanante Balsimelli, ma anche l'entusiasmo che provava nell'accingersi a prendere il mare. In quale fantastico mondo pensava di condurre il proprio equipaggio se si era attribuito il ruolo di traghettatore infernale?

 

Saladino, Vercingetorige, Pulcinella

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PREFAZIONE
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