ACQUA DOLCE ALLE ISOLE

romanzo a puntate illustrato
di
Giovanni Zanzani

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Capitolo 6

- Che donna eccezionale, la signora Amalia. Era laureata, sa? Parlava inglese e francese, e una volta la sentii rivolgersi in arabo a due marinai egiziani appena sbarcati a Palermo. -
Quando Gaetano parlava della signora Sanfilippo gli occhi gli si inumidivano come se stesse ricordando una persona di famiglia.
In realtà credo che tutto l'equipaggio del Franceschiello facesse parte in qualche modo della famiglia dell'armatrice, non solo il mozzo Tancredi.
Per motivi che non mi sono mai spiegato, Genova si viene a trovare sul percorso della mia esistenza a intervalli regolari. Quando meno me l'aspetto mi scopro a vagabondare per le sue strade e per le sue piazze. Più di una volta mi è capitato di domandarmi perché io non viva là. La conoscenza di Gaetano avvenne in una delle stazioni della mia lunga e travagliata carriera scolastica. Quando entrai la prima volta nel suo bar l'uomo mi squadrò con diffidenza, ma l'aspetto da studente per bene e la parlata emiliana dovettero rassicurarlo riguardo alla solvibilità di quel giovane avventore, problema non da poco nei bar genovesi al tempo dei miei vent'anni. Dopo aver ordinato un caffè, mi avvicinai alla fotografia della nave appesa alla parete. Nonostante fosse un uomo di una certa età Gaetano portava capelli lunghi raccolti a coda di cavallo, un taglio che sulle prime mi diede un'impressione di trasandatezza. Quell'impressione si cancellò appena Gaetano iniziò a parlare. Da barista intelligente, Gaetano capiva immediatamente se il nuovo entrato aveva voglia di chiacchierare e io non desideravo altro che conoscere cosa si celasse dietro l'immagine triste e solitaria del marinaio fotografato accanto al mercantile.
- Buenos Aires - disse senza che gli avessi chiesto nulla - la nave era cilena. Su quel ferro vecchio ho doppiato Capo Horn sette volte e l'ultima in pieno inverno.
Nella voce suonò un trattenuto compiacimento, ma negli occhi c'era più rimpianto che vanagloria. Non so come finì a parlare della nave cisterna Franceschiello, forse si trattava dell'abituale approccio al repertorio di narrazioni marittime, ma quando pronunciò quel nome non potei fare a meno di rivelargli che anch'io conoscevo il piroscafo attraverso le pagine lasciate dal comandante Balsimelli. Da quel momento Gaetano diventò un torrente in piena. Si trovava a bordo dell'imbarcazione quando Annibale ne prese il comando a Palermo nel 1934.
- La morte del capitano Campanella fu un vero dramma per la signora Amalia. La nave veniva utilizzata per portare acqua dolce alle cisterne della marina militare dislocate lungo la costa, ma i viaggi erano pochi e mal pagati. La signora si era già rassegnata a farla demolire quando le venne proposto il rifornimento alle Eolie che essa accettò senza indugi. Purtroppo, appena firmato il contratto, il comandante Campanella morì. La nave era pronta a partire quando successe, Matteo Campanella stramazzò al suolo un istante prima che venissero mollati gli ormeggi, una tragedia inaspettata e fulminea. Amalia Sanfilippo piombò nella disperazione e anche per noi marinai il futuro si fece nero, saremmo rimasti senza lavoro. Dopo tutto questo, quando vedemmo l'armatrice salire a bordo in compagnia di un estraneo, pensammo che  lo sconosciuto fosse il demolitore che avrebbe posto fine alla carriera del Franceschiello. L'annuncio che si trattava del comandante che gli avrebbe fatto riprendere il mare ci parve una sorpresa bellissima.  L'uomo salì a bordo e osservò la nave, un mezzo dall'aspetto così antidiluviano che solo un matto avrebbe accettato di mettercisi ai comandi. Ma Annibale Balsimelli era fatto a modo suo, non so cosa pensasse mentre si aggirava sul ponte guardando quelle lamiere arrugginite. L'imbarcazione aveva l'aspetto di una nave in disarmo, ma in quei pochi minuti tra lei e il comandante avvenne qualcosa, si stabilì uno dei misteriosi legami che nascono tra un uomo e una barca e li uniscono con un sentimento profondo e palpitante. Fu così che andò, Annibale posò una mano sulla battagliola del vecchio piroscafo e sorrise. -
Mentre Gaetano si infervorava nel lungo monologo il bar si era riempito di gente. Ripreso il controllo di sé l'uomo si girò verso la macchina da caffè per dedicarsi al proprio lavoro. Le sue parole mi fecero ricordare la frase con la quale il comandante Balsimelli aveva annotato l'episodio sul suo manoscritto.

Da oggi comando un vapore che porta acqua dolce alle isole. Riprendere a navigare, c'è qualcosa di più bello?

Come in tutti i suoi libri di bordo, lo stile delle indicazioni lasciate da Annibale sul diario dei rifornimenti eoliani è improntato alla brevità. Da uomo di mare, Annibale amava la semplicità e non avrebbe mai usato una sola parola inutile. Anche in barca era difficile sentirlo sprecare il fiato, il più delle volte si faceva intendere con una semplice espressione del viso. Nel corso delle nostre uscite in mare a Chioggia, quando doveva prendere un bordo con la sua barchetta a vela, il comandante stringeva il vento fino a trovarselo di fronte e con un colpo di timone la faceva virare, mentre io stavo attento a regolare le vele. Mai una volta ricevetti ordini da lui, Annibale si limitava a sorridere se avevo scelto il momento giusto per manovrare la scotta e ad aggrottare gli occhi se avevo sbagliato. Così scabro e minimale era anche lo stile della sua scrittura alla quale tuttavia non fu mai estraneo un certo grado di poesia. Ecco come si concludeva il commento sul giornale di bordo:

Dormire sul soffice mare, non sulla dura terra, e farsi cullare. Questa barca e io già ci intendiamo.

 

Deriva

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PREFAZIONE
L'ENIGMA DEL RITRATTO
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CAPITOLO 2
CAPITOLO 3
CAPITOLO 4
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CAPITOLO 6
CAPITOLO 7
CAPITOLO 8
CAPITOLO 9
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CAPITOLO 13
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CAPITOLO 32
CAPITOLO 33


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