ACQUA DOLCE ALLE ISOLE

romanzo a puntate illustrato
di
Giovanni Zanzani

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Capitolo 9

Nel pomeriggio la nave fermò l'elica al centro dell'insenatura di Lipari, una costa incorniciata dalla bianca corona di piccole case. Annibale non ci veniva da un po' e non trovò niente di cambiato nel panorama.
Dal molo si staccò un gozzo a remi che affiancò il Franceschiello per aiutarlo a posizionarsi. L'attracco avvenne senza problemi, Tancredi e Donato collegarono le manichette di tela alla pompa Gwynne che avrebbe spinto l'acqua nei depositi dell'isola. Quando tutto fu pronto, Gaetano la mise in funzione e gli uomini sedettero sui rotoli di cime che si trovavano a poppa dell'imbarcazione accendendo le sigarette.
- Vada pure a terra comandante Balsimelli - disse il macchinista - qui bastiamo noi. Ci vorranno sei o sette ore per scaricare tutta l'acqua. -
Annibale scese dalla nave e si allontanò in direzione dell'abitato, avrebbe approfittato della sosta per salutare alcuni amici. A Lipari era di casa, avendovi trascorso anni al servizio di Giacinto Ferraù, commerciante e padrone dello yawl Dollaro prima che l'imbarcazione divenisse proprietà del barone Nasca. Fu proprio Giacinto ad accorgersi della presenza di Annibale e a farglisi incontro lungo il corso principale.
- Comandante Balsimelli, che sorpresa! Che ci fate a Lipari? Volete tornare a navigare con me? Vedeste che barca ho adesso! -
- Grazie don Giacinto, ma lavoro per la ditta Sanfilippo. Ho portato qui il Franceschiello con un carico di acqua dolce. -
- Ah, siete voi a comandare la cisterna? Bravo, era un mese che aspettavamo l'acqua. Ma non lavoravate per il barone Nasca? -
- Quello della cisterna è un incarico provvisorio, durerà qualche mese. Il capitano del Franceschiello, Matteo Campanella, è morto all'improvviso. -
- Poveretto, che disgrazia! Lo conoscevo il comandante Campanella, un tempo veniva a caricare pomice. Com'è la vita, oggi ci siamo e domani sa il cielo dove ci troveremo. Beh, la saluto, sto partendo per Milazzo. Quella è la mia barca nuova. -
Giacinto Ferraù indicò una tartana dalla quale giungeva il battere regolare di un grosso monocilindrico diesel.
- E' bella – affermò Annibale.
- E anche potente, quindici metri di lunghezza e un motore tedesco da cento cavalli. Il mio yawl che fine ha fatto? -
- Si trova in cantiere, il barone Nasca lo fa rimettere a nuovo. Quando sarà pronto verrò a mostrarglielo, ora si chiama Delfino, non più Dollaro. Ma i lavori vanno per le lunghe. -
- Se lo tenga il barone quel veliero americano, la barca che possiedo è molto migliore. -
Ripresa la strada principale, Annibale raggiunse il salone di Venanzio. Il barbiere era intento a leggere il giornale, ma quando vide il nuovo arrivato lo salutò con calore. Prima gli versò una malvasia, nel suo salone l'offerta del vino liquoroso ai clienti importanti era una consuetudine, poi lo fece sedere su una delle poltrone smaltate della barberia e cominciò a insaponargli le guance. La rasatura prese mezz'ora buona nel corso della quale Venanzio ragguagliò Annibale sui fatti occorsi a Lipari negli ultimi tempi, senza tralasciare commenti e battute. Pannicelli caldi e ossido di magnesio posero fine alla prestazione, dopodiché Venanzio gli aprì la porta con un inchino.
Annibale risalì il corso principale della cittadina fino a raggiungere una piccola osteria con cucina, la stessa nella quale aveva sempre pranzato ai tempi della sua permanenza a Lipari. Anche lì venne riconosciuto e trattato con riguardo. Quando scese alla marina era sera e gli uomini del suo equipaggio erano affaccendati attorno a una delle manichette.
- Si è rotta – disse Gaetano – abbiamo dovuto ripararla. Tre ore ci sono volute. Credo che dovremo rimandare la partenza. -
Annibale annuì e salì in cabina. Quando fu notte tornò fuori a fare due passi, la pompa Gwynne faceva un chiasso infernale e il frastuono gli impediva di prendere sonno. Anni di navigazione sulle barche a vela lo avevano disabituato al chiasso dei motori. Fuori, il maestrale si era calmato e nella baia il mare faceva giungere onde lunghe e distanziate. Si sedette su una bitta e accese la pipa. Si sentiva bene, riprendere il mare gli aveva giovato. Il comando della nave cisterna in servizio tra Palermo e Lipari non era il massimo per uno come lui, abituato alle crociere a vela, ma Annibale era felice di essere tornato a navigare. Per correttezza, ne aveva informato il barone Nasca.
- Basta che sia di ritorno quando il cantiere avrà sistemato il Delfino – aveva puntualizzato don Cosimo.
Non era del tutto disinteressata la disponibilità del barone verso il suo pilota, l'incarico di Annibale a bordo del Francesciello gli tornava utile per motivi di famiglia. Attraverso le complicate parentele dell'aristocrazia palermitana, Cosimo Nasca possedeva carati di consanguineità con la signora Sanfilippo e non gli dispiaceva che il suo comandante aiutasse la sfortunata parente in un momento di difficoltà.
Annibale si sentiva soddisfatto, il maestrale era cessato del tutto, il cielo pieno di stelle accendeva sull'acqua di fronte a Lipari un riverbero di luci piccolissime. Faticosamente la grande pompa svuotava le taniche del Franceschiello la cui prua già appariva sollevata. Nel corso della notte anche la poppa avrebbe perso peso e il piccolo bastimento, ripreso l'assetto orizzontale, sarebbe stato pronto per il ritorno. Un ragazzo stava percorrendo il molo diretto verso di lui, il comandante riconobbe Tancredi.
- Buona notte, comandante. -
- Sei sceso a fare due passi? -
- Sono andato a salutare degli amici. -
La risposta del giovane suonò fasulla, era evidente che Tancredi aveva trascorso la serata da solo, la tristezza era stampata sul suo viso a caratteri cubitali, la tristezza di un cuore giovane alle prese coi primi tormenti amorosi. Il comandante Balsimelli stava per fare un'altra domanda, ma non parlò. Nonostante fosse un uomo maturo, ricordava bene di quali segreti sia piena la vita di chi ha meno di vent'anni, così congedò il mozzo senza ribattere nulla e raggiunta la propria cabina si distese sulla branda. Verso mezzanotte la stanchezza ebbe il sopravvento sul fragore della pompa Gwynne e Annibale sprofondò nel sonno.

 

Giacinto Ferraù

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PREFAZIONE
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