ACQUA DOLCE ALLE ISOLE

romanzo a puntate illustrato
di
Giovanni Zanzani

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Capitolo 13

A Lipari la sosta del Franceschiello si prolungò per due giorni, i depositi da riempire erano più distanti e la pompa Gwynne faticò non poco per spingervi dentro tutto il carico di acqua dolce. Il viaggio di ritorno dall'arcipelago prese il via al mattino presto, col mare increspato da un maestralino destinato a spegnersi da lì a poco.
Infatti dopo cinque miglia di navigazione, quando le isole furono alle loro spalle, la superficie dell'acqua tornò a farsi liscia come un foglio di cera. Annibale aveva ceduto il timone a Tancredi e si godeva la vista perfettamente piana del mare. Verso mezzogiorno si trovavano oltre la metà del percorso, così ordinò al macchinista di ridurre l'andatura, un modo per risparmiare carbone e giungere nel porto di Palermo quando il caldo avesse cominciato a scemare. Giugno si avviava alla fine e la temperatura dell'aria nelle ore centrali della giornata si era fatta rovente. Sulla destra del Franceschiello sfilarono battelli da pesca diretti verso la costa e gli uomini fecero un segno di saluto alla piccola nave che li stava superando. Annibale rispose alzando la mano che impugnava la pipa.
Attraccarono verso sera, col cielo ancora pieno di rondoni. La manovra venne eseguita da Annibale, mentre il giovane Tancredi prendeva nota di ogni suo gesto. Le dimensioni dell'imbarcazione rendevano superfluo l'intervento del pilota del porto, spiegò il comandante, intervento tassativo per tutte le navi più grandi. Il ragazzo ascoltava, ma Annibale ebbe l'impressione che stesse pensando ad altro. Più tardi, uscendo dalla plancia, lo vide seduto sulle cime d'ormeggio con lo sguardo perso nel vuoto. Fu Gaetano a informarlo sui motivi che lo rendevano mesto e taciturno.
- Si tratta di una ragazza. -
La chiacchierata tra il comandante e il secondo ebbe luogo in una trattoria non distante dal molo, dopo che Gaetano ebbe ordinato la cena.
- La madre di Tancredi rimase incinta di un giovanotto che la lasciò. Chi la conosceva la descrive come una donna distrutta dal tradimento dell'uomo nel quale aveva creduto e dalle maldicenze di cui era divenuta bersaglio. Il parto fu difficile, la giovane non riuscì a riprendersi, morendo a pochi giorni dalla nascita del bambino. I genitori di lei, per l'amore che le portavano, allevarono il ragazzo come fosse figlio loro, ma nessuno potè impedire che Tancredi crescendo venisse a conoscenza della tragedia che aveva accompagnato la sua venuta al mondo, e il suo carattere ne risentì. È un ragazzo fragile, studia con profitto, ma non ha molti amici. Ora purtroppo si è innamorato di una ragazza che non lo vuole. Un amore sfortunato, comandante Balsimelli. Fosca si chiama la ragazza. -
- Alla sua età sono cose che succedono - disse Annibale.
Gaetano scosse il capo.
- Non si tratta solo di questo. Fosca si è fidanzata col cugino di Tancredi.-
- Cosa c'è di strano se a una ragazza piace di più un altro? -
- La vicenda è spinosa, comandante. Il primo a conoscere Fosca fu Tancredi. A Rodolfo la presentò lui stesso, ma Rodolfo, il cugino, è ricco, i suoi genitori sono proprietari di terre e palazzi, mentre Tancredi, dopo i rovesci della famiglia, non ha quasi più nulla. Fu di fronte alla ricchezza di Rodolfo che successe il pasticcio, Fosca si fidanzò con lui. Tutti pensano che siano stati i soldi l'elemento determinante della scelta, una cosa cattiva. -
Entrarono due girovaghi e si sedettero a un tavolo presso la porta della trattoria. L'uomo estrasse un violino dalla bisaccia e dopo aver aperto il leggio cominciò a suonare. La donna cantò una canzone dalle parole che in origine dovevano essere state in francese, ma che ora, distorte dal dialetto, erano diventate incomprensibili. Il ritmo era quello di una mazurka e al comandante Balsimelli parve di riconoscere un motivo che ascoltava da ragazzo. Quando ebbero terminato, la cantante fece il giro dei tavoli tendendo un piattino sul quale i commensali posarono qualche moneta.
- Questi suonatori - disse Gaetano - si esibiscono ogni giorno in un locale diverso, a Palermo sono assai conosciuti. -
Col denaro raccolto la donna si recò al banco e ordinò due piatti di zuppa. Annibale stava in silenzio, il motivo eseguito dai musicanti lo aveva riportato indietro negli anni, quando anche a lui era toccato innamorarsi di una fanciulla che gli aveva preferito un altro. Cose da adolescenti, pensò e gli venne in mente la solenne ubriacatura che si era preso dopo aver visto la propria bella baciare l'altro ragazzo. Ogni volta che gli capitava di sentire una mazurka, ad Annibale tornava in mente quello scorno di gioventù.
C'è traccia di questo ricordo sul giornale di bordo, un nome, Orietta, e un appunto: mi lasciò per il mio migliore amico. L'annotazione che descrive quel ricordo di gioventù si chiude con una battuta: così si perdono i denti di latte.
Mi sono chiesto più d una volta perché il comandante Balsimelli avesse scelto Chioggia come luogo dove trascorrere la vecchiaia. È una città con inverni freddi e lunghi, e con nebbie che la sommergono per giorni e giorni, dunque non la città ideale per un vecchio. Ma è anche la sorella povera della gran dama Venezia, la sorella maritata al pescatore della quale la gran dama si vergogna. Così Chioggia è diventata la città della dimenticanza, viva ma nell'oblio. È stato esplorando i libri di bordo di Annibale, nei quali i ricordi sono disseminati come le spighe di lavanda tra le camicie stirate, che ho capito il motivo della scelta di Chioggia. Il comandante Balsimelli la ritenne la città giusta per profumare di oblio i suoi ricordi.

 

il violinista suona una mazurka

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PREFAZIONE
L'ENIGMA DEL RITRATTO
CAPITOLO 1
CAPITOLO 2
CAPITOLO 3
CAPITOLO 4
CAPITOLO 5
CAPITOLO 6
CAPITOLO 7
CAPITOLO 8
CAPITOLO 9
CAPITOLO 10
CAPITOLO 11
CAPITOLO 12
CAPITOLO 13
CAPITOLO 14
CAPITOLO 15
CAPITOLO 16
CAPITOLO 17
CAPITOLO 18
CAPITOLO 19
CAPITOLO 20
CAPITOLO 21
CAPITOLO 22
CAPITOLO 23
CAPITOLO 24
CAPITOLO 25
CAPITOLO 26
CAPITOLO 27
CAPITOLO 28
CAPITOLO 29
CAPITOLO 30
CAPITOLO 31
CAPITOLO 32
CAPITOLO 33


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