ACQUA DOLCE ALLE ISOLE

romanzo a puntate illustrato
di
Giovanni Zanzani

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Capitolo 27

La notte del 14 agosto 1934, mentre i fuochi d'artificio illuminavano il ferragosto siciliano, lo yawl del barone Nasca prese il largo nell'ampia insenatura del porto di Palermo spinto da un forte vento di nord est. Il barone Cosimo Nasca non si trovava a bordo del piccolo veliero americano, provare le nuove vele era compito del comandante Balsimelli, uno skipper così diligente da uscire in mare anche di notte per mettere a punto l'attrezzatura dell'imbarcazione.
Per premiare la solerzia del suo comandante, don Cosimo aveva chiesto e ottenuto dalla Capitaneria di Porto un permesso speciale che consentiva ad Annibale Balsimelli di uscire notte e giorno senza sottostare a formalità doganali. Quella che stava avvenendo era  una delle prove in mare che il Delfino eseguiva dopo i lavori di ristrutturazione ai quali era stato sottoposto. Un Cacciamine della Regia Marina in pattugliamento nel golfo di Palermo puntò il fanale sull'unità che procedeva verso nord con le vele spiegate, ma dopo aver riconosciuto il panfilo del barone Nasca, l'ufficiale che comandava il potente mezzo navale volse la prua da un'altra parte.  Beato il barone, pensò, che dorme a palazzo mentre i marinai gli mettono a punto la barca per le vacanze.
Dopo quasi cinquant'anni da quella uscita in mare, Greta Bogliasco me la stava raccontando con la stessa emozione che aveva provato allora.
- Insieme ad Annibale vollero venire tutti quanti – Greta socchiuse gli occhi mentre descriveva la scena dello yawl che lasciava la Sicilia – Gaetano, Tancredi e Donato. Per arrivare a Tunisi tutta quella gente non serviva, Annibale avrebbe potuto condurre la barca da solo, ma non ci fu verso di lasciare a terra nessuno. Quegli uomini sapevano di rischiare la galera, ma vollero imbarcarsi lo stesso. Navigammo la notte e il giorno successivo, io non ero mai stata su una barca a vela. -
Le chiesi del fratello, se fosse riuscita a vederlo prima di partire.
- Lo incontrai presso il deposito d'acqua dolce della Marina Militare. Indossai per la seconda volta la tuta che Gaetano mi aveva dato quando ero voluta scendere dal Franceschiello per fare due passi sul molo di Lipari. Questa volta fu il comandante Balsimelli a dirmi di indossarla, con la scusa di un giunto che perdeva mi mandò a terra con il pezzo di ricambio caricato in spalla. Vestita da marinaio, raggiunsi un boschetto dalle parti della caserma, dove Pino mi aspettava tra gli alberi. Ci abbracciammo piangendo, era un anno che non lo vedevo. Mi disse che dovevo  partire al più presto per Tunisi dove mi avrebbe raggiunto appena fosse stato libero. Povero fratello mio, a Tunisi non arrivò mai. Quando stava per essere liberato venne raggiunto da un nuovo mandato d'arresto. Tra un confino e l'altro rimase in carcere fino allo scoppio della guerra. Fu ucciso dieci giorni prima della fine del conflitto mentre combatteva con una formazione di Giustizia e Libertà sulle montagne intorno a Cuneo. -
Greta aveva capelli fini e bianchi. Gli occhi di taglio vagamente orientale davano al suo viso l'alterigia di una piccola fiera. Al ricordo del fratello tutta la fierezza dello sguardo affondò nelle lacrime.
- A Tunisi il comandante Balsimelli era conosciuto, così non gli fu difficile farmi sbarcare. Quando Gaetano gli comunicò che sarebbe rimasto a terra con me, disse che gli dispiaceva perdere un buon macchinista, ma che per nessun motivo avrebbe ostacolato un amore come il nostro. Ci volle dare anche dei soldi. Tra me e Gaetano avevamo giusto quelli per sopravvivere qualche giorno, così il comandante ci mise tra le mani una busta contenente cinquecento dollari, una cifra enorme per quegli anni. -
Il numero 500 preceduto dal simbolo del dollaro era un altro dei messaggi cifrati contenuti nel diario di bordo di Annibale. Anche di questo non ero riuscito a capire il significato prima della fatidica notte genovese.
- Che cuore straordinario aveva Annibale. Non ho mai conosciuto nessuno come lui. Gaetano non li voleva prendere i soldi, ma il comandante fu irremovibile, disse che era il suo regalo di nozze e che se proprio volevamo sdebitarci avrebbe accettato che io gli facessi il ritratto. Naturalmente dissi di sì, ed egli mi chiese di dipingerlo su un quadernetto che portava sempre con sè. -
Quel ritratto lo conoscevo bene, si trovava su una delle ultime pagine del diario e rappresentava Annibale con in bocca la sua pipa preferita, un piccola bulldog di radica nera. Greta lo aveva firmato con le sue iniziali e con la data, G. B. 1934.
- A Tunisi Gaetano e io ci sposammo. Quando seppi che a Pino era stata inflitta una nuova condanna e che non avrebbe potuto raggiungermi in Africa, ci trasferimmo a Casablanca dove mio marito trovò lavoro su uno dei mercantili che operavano nel Golfo di Guinea. Infine raggiungemmo Buenos Aires, in quegli anni una città in gran fermento. Nell'estuario della Plata il traffico marittimo era intenso e per un macchinista esperto come Gaetano le offerte di imbarco non mancavano. In Argentina ci trovammo bene e là nacque nostro figlio. Fu la fine della guerra a farci decidere di tornare in Italia. Con i nostri risparmi aprimmo questo bar. Come vedi, non abbiamo mai abbandonato il mare. -

 

Yawl Delfino

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PREFAZIONE
L'ENIGMA DEL RITRATTO
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CAPITOLO 2
CAPITOLO 3
CAPITOLO 4
CAPITOLO 5
CAPITOLO 6
CAPITOLO 7
CAPITOLO 8
CAPITOLO 9
CAPITOLO 10
CAPITOLO 11
CAPITOLO 12
CAPITOLO 13
CAPITOLO 14
CAPITOLO 15
CAPITOLO 16
CAPITOLO 17
CAPITOLO 18
CAPITOLO 19
CAPITOLO 20
CAPITOLO 21
CAPITOLO 22
CAPITOLO 23
CAPITOLO 24
CAPITOLO 25
CAPITOLO 26
CAPITOLO 27
CAPITOLO 28
CAPITOLO 29
CAPITOLO 30
CAPITOLO 31
CAPITOLO 32
CAPITOLO 33


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