UN ESTATE ROMANTICA PER IL COMANDANTE BALSIMELLI

romanzo a puntate illustrato
di
Giovanni Zanzani


Capitolo 4

I Il vento faceva correre la barca a gran velocità. Il Delfino filava maestoso verso nord fendendo il mare increspato mentre la sera tingeva di nero le nubi che poco prima erano state gialle e rosa. Annibale disse al marinaio di accendere le luci di navigazione e Rosario, aperte le chiesuole, passò la fiamma sugli stoppini delle lampade a olio.

Il Delfino a vele spiegate
Finalmente il viaggio era iniziato. La costa italiana si allontanava, mentre una beneaugurante sferzata di spruzzi si alzava ad ogni ondata dalla prua dell'imbarcazione. Il comandante Balsimelli si godeva la veleggiata dello yawl che avanzava a vele spiegate in mezzo all'amato Adriatico. Nella latitudine meridionale dove il Delfino stava navigando esso mostrava la livrea cobalto dei mari profondi, ma Annibale lo ricordava come un mare dai tenui colori verde e azzurrino, i colori delle acque basse della natia Bellaria dove, in compagnia di Dario, aveva vissuto le prime esperienze di vela. Per quanto il tempo di quelle gite in barca fosse ormai lontano, i ricordi erano ancora vivi nella sua memoria e niente avrebbe potuto cancellarli, nemmeno le immagini degli altri mari che aveva attraversato.
I primi imbarchi lo avevano portato in America del Sud dove, nel grande estuario del Rio della Plata, Annibale aveva cercato di ritemprare il suo spirito ferito dalla perdita dell'amico e dall'addio ai luoghi familiari lavorando a bordo di imbarcazioni tra l'Argentina e l'Uruguay. Più tardi aveva lasciato quelle latitudini meridionali per portarsi a New York e cercare occupazione nella cerchia degli yacht da diporto, mondo nel quale si era rapidamente distinto come valente skipper. Il soggiorno nel grande porto americano aveva rappresentato per Annibale non solo l'occasione per entrare in un ambiente nautico di proporzioni gigantesche, ma anche per capire quanto fosse miserabile la realtà italiana al confronto col paese nel quale era arrivato. Là, nel cuore pulsante della ricca nazione nordamericana, Annibale Balsimelli si era reso conto che il grande Mussolini, l'uomo nel quale gli italiani vedevano un poderoso statista, era in realtà un personaggio da operetta, un capopopolo ignorante e ridicolo partorito dalla povertà e favorito dalla rassegnazione della sua gente. Se l'addio al paese dove era nato lo aveva privato degli affetti familiari, l'aver girato il mondo gli aveva offerto nuovi strumenti per giudicare gli uomini e le società. Finalmente l'ingaggio a bordo di uno schooner diretto verso il Mediterraneo lo aveva fatto riavvicinare al luogo dove quel viaggio era iniziato. In Sicilia gli era stato offerto un comando che Annibale aveva accettato. Era accaduto a Cefalù, il veliero si chiamava Dollaro, ed era una barca da carico che svolgeva servizio tra la Sicilia e le Eolie con la stiva piena di pomice e di mattoni. Nata come yawl da diporto, l'imbarcazione era stata trasformata in barca da lavoro da Giacinto Ferraù, commerciante di laterizi che trafficava tra Milazzo e Lipari. Trascorso un primo periodo al soldo di Ferraù, Annibale Balsimelli aveva cambiato armatore, ma non barca, continuando a condurre il Dollaro quando padron Giacinto l'aveva perso alle carte col barone Cosimo Nasca.
Cambiato il nome di Dollaro in Delfino, il barone Nasca aveva riportato l'elegante yawl all'uso per il quale era stato progettato, compiere lunghe crociere e stazionare in luoghi di villeggiatura rinomati, una carriera ben più prestigiosa di quella pensata da Ferraù.
Se nel cambio di proprietà la barca ci aveva guadagnato, la stessa cosa non poteva dirsi per il suo equipaggio, che aveva visto i propri stipendi passare dalla solida amministrazione di Ferraù alle instabili finanze del barone, giocatore incallito e uomo dal carattere volubile. La fatica però era decisamente calata, e il comandante non si era mai lamentato di quel cambio. Al soldo del barone, il comandante Balsimelli non aveva più dovuto trasportare carichi polverosi da un'isola all'altra, ma solo pianificare crociere nei porti più esclusivi del Mediterraneo. Trovarsi alle dipendenze di un aristocratico non aveva fatto di lui uno snob, Annibale aveva continuato a trovarsi più a suo agio tra la gente comune che nei ricchi ambienti praticati dal barone, tuttavia c'era una cosa di cui egli era grato al nuovo armatore. Benché appartenesse alla ristretta cerchia di persone in contatto continuo con i papaveri del regime fascista, don Cosimo non si era mai lasciato andare alla moda del momento, che era quella di incensare Mussolini in ogni occasione e di mostrarsi in giro in compagnia dei gerarchi potenti. L'unica volta che lo avevano invitato a bordo di un panfilo per essere presentato al duce - il fatto era accaduto nel porto di Napoli - il nobile siciliano aveva chiesto al comandante Balsimelli di togliere gli ormeggi dal porto partenopeo un giorno prima dell'incontro. Ma non era solo questo fatto a legare il comandante Balsimelli al proprio datore di lavoro. Il carattere bizzarro di Cosimo Nasca costringeva spesso barca ed equipaggio a cambiamenti di rotta, e l'imprevedibilità del futuro rappresentava per Annibale una condizione dello spirito al tempo stesso temibile e piacevole, in perfetta sintonia con l'elemento marino al quale il comandante sentiva di appartenere. Ora il ritorno nel mare che egli amava di più, l'Adriatico dolce della sua infanzia, aggiungeva a tutto questo una forte nota di gioia.



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