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UN ESTATE ROMANTICA PER IL COMANDANTE BALSIMELLI

romanzo a puntate illustrato
di
Giovanni Zanzani


Capitolo 9

Un'altra giornata si aprì senza che il tempo fosse cambiato. Il vento continuò a soffiare con forza e il mare a muoversi con grande violenza. Solo verso pomeriggio le cose sembrarono migliorare e l'aria cominciare a calmarsi. Di primo mattino nel piccolo paese erano riprese le ricerche della fanciulla scomparsa. Gruppi di uomini battevano le campagne intorno a San Martino mentre cercatori isolati perlustravano la costa, in quel punto particolarmente scoscesa.

La giovane era figlia di un commerciante di Taranto stabilitosi in Dalmazia da diversi anni. La famiglia Leoni aveva parenti un po' dappertutto nei porti del Mediterraneo. Ernesto, il primo di otto fratelli che commerciavano in vino e prodotti agricoli, si era trasferito sulla costa dalmata dopo aver preso in moglie Magda Rulich, spalatina di origini viennesi. Delle due figlie nate da quel matrimonio multinazionale, un fatto abbastanza comune nei vasti territori dello scomparso impero austro-ungarico, Domenica era la primogenita. In paese non si parlava che della sua sparizione e nessuno riusciva a immaginare cosa le fosse accaduto. Pur senza affermarlo apertamente, molti temevano il peggio, ovvero che essa fosse stata rapita. La ricchezza della famiglia giustificava quella paura e l'avvistamento nei pressi dell'isola nei giorni precedenti la sua scomparsa di un'imbarcazione montenegrina dava credito all’ipotesi del sequesto. I rapimenti di persone da parte di gruppi criminali provenienti da quella regione turbolenta non erano frequenti come in passato, ma nessuno sottovalutava il pericolo.
Quello stesso giorno Annibale ebbe modo di parlare col signor Leoni. Fu il commerciante a chiedere di incontrarlo nella speranza che il comandante dello yawl italiano avesse visto qualcosa di sospetto mentre si trovava al largo del porto di San Martino. Annibale fu ricevuto nella villa che la famiglia Leoni possedeva nel borgo marinaro, una costruzione elegante e snella sormontata da una torretta che le dava un aspetto vagamente fiabesco. La villa era il luogo nel quale Ernesto Leoni conduceva la famiglia a trascorrere l'estate prima di rientrare a Spalato dove essi vivevano per il resto dell'anno.
Il comandante Balsimelli si trovò di fronte un uomo dal carattere duro, nel quale la fermezza e l'abitudine ad affrontare prove avverse non facevano difetto. Dopo aver ringraziato il suo interlocutore per la disponibilità che gli mostrava, il signor Ernesto volle sapere da dove proveniva il Delfino e quando fosse giunto in vista del porto. Annibale rispose con meticolosità mostrando all'angosciato padre orari e rotta sul diario di bordo dello yawl. Nel documento erano riportati l'ora di arrivo a Brazza e quella dell’approdo nel porticciolo di San Martino.
- Mia figlia è uscita di casa alle nove del mattino per recarsi a messa, ma in chiesa non è mai giunta.
- In quelle ore - disse Annibale - stavamo navigando a un miglio dalla costa con poca vela. Alle nove ci trovavamo di fronte al capo sabbioso di Punta Lunga.
Annibale non fu in grado di ricordare niente altro di interessante, l’atterraggio dell'imbarcazione a San Martino era avvenuto tranquillamente. Incontri con altri natanti non ce n’erano stati, se si escludeva l’incrocio con un barcone da carico lento e malandato, un mezzo per niente idoneo ad un rapimento come quello che si sospettava fosse avvenuto.
Il dialogo si svolse nel salotto della villa, un'ampia stanza posta sul lato che guardava il mare. L'edificio si trovava a poca distanza dal porto su un rialzo di roccia e Annibale si ricordò di averlo notato il giorno del suo arrivo. Mentre i due conversavano giunse la moglie di Leoni. La signora Rulich ebbe nei confronti dei presenti un modo di fare irritato e scostante. Piombata nel salotto senza salutare nessuno, si rivolse al proprio coniuge ignorando la presenza dell’ospite.
- Cosa può sapere questa gente di nostra figlia?
Non avendo udito nessuna risposta, la signora se ne andò sbattendo la porta.
- La scusi comandante Balsimelli, la scomparsa di Domenica ha sconvolto mia moglie.
La chiacchierata tra il signor Leoni e il comandante Balsimelli non durò a lungo. Prima di congedarlo il commerciante lo invitò a cena insieme al proprietario del Delfino.
- Se è possibile, mi piacerebbe avervi ospiti domani sera.
Annibale rispose che avrebbe trasmesso l’invito al barone, poi gli strinse la mano ed uscì. Quando fu di nuovo sul Delfino si recò nella cabina armatoriale e bussò, ma non gli rispose nessuno. Dalla prua si udì la voce di Rosario.
La villa della famiglia Leoni
- Don Cosimo è sceso a terra. Se vuole parlare con lui salga alla chiesa.
- Ancora quelle pietre?
Rosario lo guardò allargando le braccia.
- L'ho accompagnato un'ora fa portandogli il vocabolario di latino. Il prete lo sta aiutando a ricopiare le scritte su un quaderno.
Annibale scese dall'imbarcazione e si avviò lungo la stradicciola che conduceva in paese chiedendosi se la delusione amorosa subita a Bari non avesse turbato la mente di don Cosimo. L’interesse verso le lapidi cimiteriali era affatto nuova per lui. Salendo, diede un'occhiata al mare che andava calmandosi, dal camino di un bastimento a vapore che attraversava l'orizzonte si alzava un filo di fumo nero che si disperdeva nel cielo ancora grigio.
La strada per giungere alla chiesa passava nei pressi del piccolo cantiere dove i locali costruivano e riparavano le barche da pesca. Sotto una tettoia, gli uomini stavano piegando delle tavole servendosi di un fuoco acceso in mezzo ai sassi. Annibale fece un cenno di saluto e quelli risposero qualcosa in dialetto. Gli abitanti dell’isola parlavano il serbo croato, ma Annibale aveva notato che alcuni di essi, quando si rivolgevano a lui, si facevano capire utilizzando quel loro dialetto dalla forte connotazione veneziana.
Giunto sul sagrato della chiesa, il comandante scorse Cosimo Nasca seduto al suo tavolo da viaggio, un attrezzo pieghevole che il barone aveva acquistato a Parigi e che utilizzava per leggere e consumare la colazione a terra quando il Delfino approdava in porti sprovvisti di locali pubblici.
Il barone stava seduto mentre il parroco dall'alto di una scala a pioli appoggiata alla parete della chiesa finiva di leggere ad alta voce una scritta in latino che Nasca ricopiava sul suo quaderno. Il prete leggeva tenendosi attaccato con entrambe le mani alla scala. La lapide della quale stavano occupandosi ricordava le virtù di un tal Anselmo Soverato, comandante di nave trasmigrato nell'aldilà due secoli prima ed interrato dai parrocchiani sotto il praticello che circondava l'edificio sacro. Don Cosimo stava riportando la data di morte sul foglio, quando Annibale gli si fermò di fronte.
- Domani sera siamo invitati a cena dal padre della ragazza scomparsa, signor barone. Posso confermare che ci sarà anche lei?
Cosimo Nasca continuò a scrivere senza guardarlo, tanto che Annibale si vide costretto a ripetere la domanda.
- Il signor Leoni ci ha invitato a cena, barone. Il poveretto è disperato, forse dovremmo accettare.
- Io non ne ho proprio voglia, non potrebbe andarci da solo, comandante?
- L’invito riguarda principalmente lei, signor barone.
- Che seccatura!
- Quel poveraccio ha bisogno di conforto, ma se vuole le troverò una scusa.
- No, verrò anch’io, in fondo sono in vacanza, poi lei ha ragione, quell’uomo deve passarsela proprio male. Oltretutto si tratta di un italiano, non è vero?
- È così, si tratta di un nostro connazionale, anche se in questo paese le nazionalità si sprecano. La signora è austriaca, il marito è italiano, mentre le figlie sono di nazionalità jugoslava.
- Va bene Balsimelli, confermi la mia presenza, ora però mi lasci in pace, con queste lapidi ne avrò per tutto il giorno.
La riluttanza del barone lasciò Annibale pensoso. Don Cosimo aveva molti difetti, ma non aveva mai difettato in generosità. Se c'era qualcuno ben disposto verso il prossimo, era lui. Ora invece le sua parole facevano capire quanta poca voglia avesse di fraternizzare col padre derelitto. Annibale concluse che la disavventura sentimentale, insieme al maltempo, dovessero avergli alterato non poco l’umore.
La giornata trascorse senza niente da annotare se non che il vento smise di confliggere con la terra e soprattutto col mare, il quale si andò via via calmando fino a quando le onde non furono che il ricordo lontano di tutto lo sconquasso che c'era stato. Il Delfino smise di beccheggiare permettendo all'equipaggio di trascorrere una giornata tranquilla nelle cuccette.
Quando scese la sera il comandante si recò di nuovo dal barone per condurlo allo yawl, ma don Cosimo non aveva ancora cambiato giudizio sulle comodità della terraferma, la burrasca lo aveva costretto a rifugiarsi nella casa dell'arciprete e lì per ora intendeva restare.
- Stateci voi sulla barca - disse .
Annibale lo salutò prima di prendere la stradicciola che dalla chiesa conduceva al porto. Rosario aveva sistemato gli ormeggi e si era ritirato nella piccola cabina di prora. La notte scese sul villaggio e sui suoi abitanti, tutti fermamente decisi a riprendersi il riposo del quale la burrasca e soprattutto la scomparsa di Domenica Leoni li avevano privati.
Raggiunto il Delfino, Annibale salì sul ponte e si accese la pipa. La scomparsa di Domenica era un maledetto affare. Annibale sapeva per esperienza quali effetti nefasti scatenino sulla tranquillità dei paesi di mare come San Martino vicende di quel tipo. Tutti cominciano a sospettare di tutti e per gli stranieri di passaggio il frangente può diventare assai pericoloso.



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PREFAZIONE
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CAPITOLO 3
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CAPITOLO 6
CAPITOLO 7
CAPITOLO 8
CAPITOLO 9
CAPITOLO 10
CAPITOLO 11
CAPITOLO 12
CAPITOLO 13
CAPITOLO 14
CAPITOLO 15
CAPITOLO 16
CAPITOLO 17
CAPITOLO 18
CAPITOLO 19
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CAPITOLO 21
CAPITOLO 22
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CAPITOLO 25
CAPITOLO 26
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CAPITOLO 28
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CAPITOLO 31
CAPITOLO 32
CAPITOLO 33
CAPITOLO 34
CAPITOLO 35
CAPITOLO 36


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