UN ESTATE ROMANTICA PER IL COMANDANTE BALSIMELLI

romanzo a puntate illustrato
di
Giovanni Zanzani


Capitolo 10

Il giorno seguente don Pietro Zandel e Cosimo Nasca lo trascorsero insieme fino a sera. Il barone era troppo preso dalla lettura dalle lapidi per abbandonare anche solo per un minuto la compagnia del parroco. Il sacerdote, dal canto suo, era ben felice di avere a disposizione un interlocutore interessato alla storia del passato, sua autentica passione.

Il comandante Balsimelli era abituato alle bizzarrie del proprio armatore. L’attenzione per le iscrizioni antiche che ora sembrava aver catturato don Cosimo era davvero insolita, ma non si distaccava dalle altre improvvise manie che Annibale aveva visto nascere in lui nel corso dei viaggi. Quando fu sera sia l'uno che l'altro si prepararono per la cena alla quale erano stati invitati dal signor Leoni e alle otto in punto si trovarono a casa sua.
Per l’occasione era stato preparato il saloncino che Annibale conosceva, quello dove il signor Ernesto lo aveva ricevuto la prima volta. La figlia minore Dorotea salutò gli ospiti italiani a labbra chiuse, rimanendo muta e assente per tutto il tempo che essi restarono, tempo che non fu lungo a causa dell'imprevisto che cambiò lo svolgimento della serata. La moglie del padrone di casa giunse per ultima e si sedette a fianco della ragazza. Nella sala regnava una tensione palpabile, per niente allentata dalle parole di circostanza pronunciate dall'ospite, né dalle risposte misurate degli invitati. Il servizio veniva svolto da donne del posto, tre o quattro figure alte e ossute che cominciarono a portare in tavola le vivande, carne di agnello, uova e formaggi di pecora. Il vino era lo stesso che Annibale aveva bevuto nella visita precedente, un Lesina secco e gustoso che venne servito insieme al vino siciliano portato dal barone.
L'incidente si verificò quasi subito, un gesto brusco di una delle cameriere causò la caduta di un bicchiere. La signora Magda, rivolgendosi in serbo croato alla malcapitata, se ne uscì con una battuta sull’inettitudine della popolazione del luogo che definì una massa di barbari senza speranza. A quelle parole la donna che aveva causato il piccolo guaio girò le spalle avviandosi verso l'uscita seguita dalle altre che svolgevano lo stesso servizio e che avevano perfettamente inteso come l'offesa fosse indirizzata a tutte. La padrona le seguì fin sulla porta continuando a inveire contro di esse poi, rivolgendosi agli invitati in italiano, aggiunse che quella era la seconda volta in un mese che la servitù si licenziava.
- Vi rendete conto che in questo paese non c'è modo di avere domestici decenti?
La sgradevolezza della scena fece scendere il gelo tra gli astanti, e la burrasca tuttavia era ben lungi dal suo culmine. Tra marito e moglie si accese una discussione nella quale Ernesto e Magda si accusarono reciprocamente di essere responsabili della scomparsa della figlia. Afferrato un piatto, Magda lo scagliò contro il marito che fu lesto a schivarlo (ciò che fece pensare ai due ospiti che il lancio di vasellame fosse un fatto abituale nella casa) e il piatto si fracassò su una vetrina mandando in frantumi i bicchieri che vi erano riposti. Il barone Nasca, vista la mala parata, non seppe far altro che posare sul tavolo il tovagliolo che teneva in mano e abbandonare la sala. Annibale lo seguì mentre tra i coniugi la lite diventava furibonda.
Quando furono fuori dalla villa, don Cosimo comunicò al comandante che non sarebbe rimasto un minuto di più tra quegli squinternati, allontanandosi con passo deciso in direzione del paese. Annibale venne raggiunto da Leoni, uscito in cerca dei propri ospiti.
- Il barone aveva un fortissimo mal di testa - gli disse - ed è stato costretto a ritirarsi. Egli spera tuttavia di poter ricambiare l'invito a bordo del Delfino.
Recitata la diplomatica menzogna anch’egli salutò e si avviò verso il porto senza che il padrone di casa cercasse di trattenerlo. Una volta a bordo del Delfino gli sovvenne di essere a stomaco vuoto ed estratta dalla credenza una scatoletta di sardine, cominciò a mangiarne. Un po’ d'olio su una fetta di pane completò la sua modesta cena.
Quella sera il comandante non andò a letto tanto presto, finito di rifocillarsi scese dal Delfino e si sedette sul molo a riflettere. Intorno a lui le case erano buie, la mezzanotte era passata e gli abitanti di San Martino si erano ritirati. Sulla spianata di fronte al molo era rimasto solo un gatto che perlustrava gli angoli del porto in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti.
Mentre Annibale fumava la pipa, gli passò accanto uno degli uomini che aveva visto lavorare nel piccolo cantiere. Si salutarono e Annibale approfittò dell'occasione per fare due chiacchiere con lui. Era un giovane dalle membra consumate dalla fatica, tanto che sulle prime Annibale l'aveva scambiato per un vecchio. Parlava e capiva bene l'italiano. Nativo di Spalato, dove era diventato esperto nell'arte di costruire barche, aveva trovato lavoro nel piccolo cantiere di San Martino. Sull’isola di Brazza il lavoro nei cantieri non mancava. Annibale gli chiese qualche notizia della famiglia Leoni, il ragazzo rispose con semplicità che erano molto ricchi.
- Fanno parte di quel gruppo di italiani arrivati negli ultimi anni, gente intraprendente e abile nel commercio, come da queste parti non si era mai vista.
Annibale credette di capire. Sui giornali gli articoli sulla Dalmazia italiana li aveva letti anche lui. Il giovane aggiunse che forse Domenica era stata rapita proprio per quel motivo, essere figlia di un italiano facoltoso. L’operaio finì di illustrare il suo punto di vista a voce bassa.
- È solo una mia idea, ma forse c'è qualcuno di qui che non ama molto gli italiani.
- E tu cosa pensi degli italiani?
- Io mi chiamo Antonio Florian, i miei nonni erano veneziani e vorrei che l'Italia se le prendesse tutte, queste isole.
Il ragazzo fece un cenno con la mano e riprese il cammino lasciando Annibale a guardare le barchette ormeggiate le une accanto alle altre come animali in una stalla. L'aria era ferma e l’acqua scura della darsena rifletteva il cielo stellato. Il mistero della ragazza scomparsa era anch'esso lì in mezzo a quel porto insieme alle vite di gente che gli era del tutto sconosciuta. Fu preso da un oscuro presentimento e si augurò che la sosta del Delfino finisse al più presto.
Antonio Florian


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PREFAZIONE
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