UN ESTATE ROMANTICA PER IL COMANDANTE BALSIMELLI

romanzo a puntate illustrato
di
Giovanni Zanzani


Capitolo 12

L'estate continuava ad offrire agli ospiti forzati di San Martino interminabili giornate di sole. Mentre lo yawl era sottoposto al provvedimento di fermo, il barone proseguiva i suoi studi sulle lapidi funerarie e Annibale oziava in banchina in compagnia di Rosario. I giorni scorrevano con una lentezza esasperante, il comandante si alzava tardi, controllava gli ormeggi e saliva a salutare il barone ormai definitivamente votato alle pietre antiche della canonica.

L'ozio non era mai stato un esercizio sgradito per Annibale Balsimelli, ma il fatto di esservi costretto lo angustiava. Nel frattempo le attività del porto avevano ripreso l'andamento abituale, i pescatori riparavano le reti, ripassavano le calafature e riverniciavano le chiglie. A una settimana dall'avvenimento la sparizione della ragazza era entrata a far parte delle leggende locali, come le invasioni moresche e gli scontri navali che avevano riempito la storia dell'arcipelago nel corso dei secoli. Gli uomini della gendarmeria percorrevano le strade del borgo più per mostrarsi attivi che nella speranza di scoprire qualche cosa di utile riguardo alle sorti della sventurata.
Quel mattino Annibale vide il signor Leoni intento ad armare una barchetta a vela e ricevette da lui l'invito ad uscire in mare. Salendo a bordo del piccolo scafo, il comandante pensò che fare due bordi avrebbe rappresentato un piacevole diversivo, poi sarebbe stata una buona occasione per porre qualche domanda al commerciante.
- Signor Balsimelli, prenda lei la barra, io le farò da prodiere.
Mollata la cima che teneva ormeggiata l'imbarcazione, Annibale impugnò il timone facendo muovere lo scafo verso il mare aperto. La barca si inclinò, si trattava di uno scafo agile e leggero dal profilo assai slanciato.
- Attrezzatura sportiva – disse Annibale indicando l'armatura marconi. La vela triangolare portava stampigliato il marchio di una veleria triestina. Ernesto Leoni sorrise.
- Sono appassionato di vela. A Spalato posseggo uno yacht più grande del Delfino, mi piacerebbe regatare con lei, comandante, chissà che un giorno non si possa fare.
Allontanandosi da terra l'imbarcazione entrò in pieno nel vento sbandando visibilmente. Annibale puntò i piedi sul bordo sottovento per non cadere, mentre il prodiere mollava parzialmente la scotta. Quando l'assetto dello scafo fu stabilizzato, il commerciante alzò il fiocco e lo fece portare tesandolo.
Imbarcazione in mare aperto
Un sudest fresco li spingeva a gran velocità verso il mare aperto. Appena fuori dall'insenatura di San Martino, Ernesto tirò fuori dal gavone due bottiglie di birra passandone una al comandante. Davanti ai loro occhi si presentava il profilo dell’isola di Lesina.
- Si va laggiù, comandante. Oggi con questo vento non ci vorrà molto.
La barchetta scivolava agilmente in direzione dell’isola, mentre il vento sembrava voler rinforzare.
- Lesina possiede vigne famose, andremo a trovare un amico che produce un buon vino.
Il comandante Balsimelli lanciò uno sguardo alla sartia sopravvento per accertarsi che potesse reggere, e pur trovandola di robuste proporzioni consigliò di ridurre la vela. Lascata la scotta, Leoni fece scendere la randa fino alla prima fila di matafioni. Anche il fiocco subì un ridimensionamento equivalente. L'imbarcazione ripartì meno sbandata, senza tuttavia perdere velocità.
- Il mio amico è un austriaco che si è stabilito quaggiù da molto tempo. Produce vino di qualità.
Annibale annuì.
- Ci sono molti austriaci su Lesina?
- Non tanti, ma tutti gran signori.
- Se non sbaglio anche sua moglie è austriaca.
- È la verità, fu proprio a Lesina che conobbi Magda. I suoi genitori possiedono una delle più belle vigne dell'isola.
Annibale ripensò alla scena in casa dei due, quando Magda aveva trattato il marito in malo modo. Già allora aveva pensato che i due provenissero da ambienti sociali differenti. In lei si scorgeva la superbia dei nobili abituati a usare la frusta, Ernesto invece mostrava l'atteggiamento sottomesso delle famiglie borghesi di ultima leva, quelle che la frusta l'avevano sentita sulla schiena fino alla generazione precedente.
Intanto si era fatto caldo, il comandante Balsimelli si sfilò il giaccone e si rimboccò le maniche della camicia. Il sole picchiava forte sulle sue spalle ed egli si spostò in avanti per farsi riparare dalla vela. In quel momento un barcone da trasporto che procedeva spinto da un grosso motore diesel avanzò sulla loro destra. Quando furono vicini Ernesto si alzò per salutare, e dal trabaccolo risposero al saluto agitando i cappelli.
- Sono di Curzola, brava gente che viene a caricare pietra di Brazza.
- Le dirà qualcosa di sua figlia il suo amico?
Annibale aveva parlato con naturalezza, sentiva che il motivo di quella gita non era il diporto velico. Anche Leoni rispose con naturalezza.
- È solo un'idea, ma voglio provare. Quella gente ci conosce bene, i loro figli sono coetanei delle nostre figlie. Io però vado solo a salutarli comandante, non mi tradisca.
Ecco dunque svelato il vero motivo di questa veleggiata, concluse Annibale mentre l'isola di Lesina si avvicinava sempre di più e i pini cominciavano a mostrare chiome larghe e lucenti. Di fronte all'imbarcazione prese forma una baia che si apriva al centro di una insenatura più vasta. Si trattava del porto di Gelsa a sinistra del quale si apre il profondo fiordo di Verboska. Leoni si riparò con la mano guardando il punto verso cui erano diretti.
- È lì che approderemo, il paese è piccolo, ma dispone di un molo di attracco.
Entrarono in porto alle undici del mattino insieme a un paio di barche da pesca che tornavano dopo la battuta mattutina. A una decina di metri dall'approdo, Ernesto fece cadere le vele sul fondo dello scafo che giunse d'abbrivio fino all'attracco. Non ci volle molto a completare l'ormeggio, un vecchio che conosceva il commerciante italiano si prese cura di tutto. I due naviganti si avviarono verso l'abitato e lo attraversarono fin dove le viti basse prendevano il posto delle case.
In fondo alla strada sorgeva l’abitazione dei Topitz, la famiglia austriaca della quale Ernesto aveva parlato. Non si poteva sbagliare, la casa era una costruzione alta e massiccia, ben diversa dalle casupole che costituivano il resto dell'abitato. Il tetto di ardesia, gli abbaini e le alte finestre di pietra bianca mostravano quale fosse il livello sociale dei proprietari. Ai lati del grande cancello si snodavano due file di pini dai tronchi massicci. Ernesto Leoni attraversò il portale di accesso con fare sicuro e dal cortile gli si fece incontro un uomo che lo salutò in tedesco. Alexander Topitz fece accomodare gli ospiti sotto una pergola che formava un ampio quadrato di fronte alla villa. Due panchine erano poste ai lati di un tavolo anch'esso ricavato nella bianchissima pietra locale. Una donna uscì dalla porta reggendo una bottiglia di vino, Ernesto la salutò ed ella rispose con calore. Ora tutti parlavano in italiano. Emma e Alexander Topitz sapevano già della scomparsa di Domenica e chiesero notizie. L’italiano scosse il capo, sulla figlia non era in grado di fornire nessuna novità. Emma volle conoscere i particolari e Leoni le fece un veloce riassunto. Annibale seduto in disparte seguiva la conversazione senza intromettersi. Ernesto guardò il bicchiere in controluce, il vino era trasparente e di un colore lievemente ambrato.
- Vostro figlio Joseph è qui?
L’italiano finse indifferenza dopo aver posto la domanda, ma Annibale percepì nel tono una certa tensione.
- Nostro figlio è a Vienna – rispose la madre.
Sulla compagnia calò un silenzio imbarazzato. Quando tutti ebbero finito di bere, il signor Leoni si alzò per congedarsi. Ci furono poche frasi di circostanza, infine Ernesto e Annibale ripresero la strada per la darsena. Annibale si chiese perché non avessero approfittato maggiormente di quel vino buonissimo.
- Le farò sentire il mio - disse Leoni come se gli avesse letto nel pensiero - in cantina ho un Lesina molto migliore del loro.
- Ha trovato almeno ciò che cercava?
- Molto di più, comandante Balsimelli. Le cose che ho sentito mi fanno pensare che mia figlia si trovi a Vienna con Joseph. L'ho sempre sospettato che mia moglie volesse mettere Domenica tra le braccia di quel bamboccio viennese. Se ne avessi le prove, non esiterei a condurre qui i gendarmi, ma purtroppo devo agire con molta prudenza. Dopo la guerra, sia noi che i Topitz siamo diventati stranieri per le autorità di questo paese. Non so proprio cosa aspettiamo noi italiani a prendercele, queste isole!
Ernesto Leoni pronunciò la frase con stizza mentre armeggiava per far ripartire la barca. Fissato un piccolo bompresso alla prua, armò un secondo fiocco, il vento era calato e una vela in più avrebbe fatto aumentare il passo alla piccola imbarcazione.
- Se ci trovassimo in territorio italiano farei arrestare quei maledetti crucchi – proseguì Leoni – e li costringerei a riportarmi Domenica. Un italiano, deve sposare mia figlia, non un mangia-crauti!
Per Ernesto Leoni la nascita delle due figlie era stata un susseguirsi di delusioni. Per dare un futuro alla propria impresa commerciale egli avrebbe voluto un figlio maschio, ma quella moglie austriaca gli aveva scodellato una femmina dopo l’altra prima di abbandonare il letto coniugale precludendo a se stessa e al coniuge ogni altra possibilità di concepire prole. Quando la figlia grande aveva raggiunto i vent’anni, il padre le aveva chiesto di entrare come contabile nell’azienda di famiglia. Dopo aver visto con che spirito Domenica affrontava la gestione degli affari, Leoni aveva concluso che quella figlia era l’erede maschio che il destino e il rigido temperamento della moglie gli avevano negato.
Il giudizio della signora Magda sul ruolo raggiunto dalla ragazza nell'azienda del marito era diametralmente opposto. Che ci faceva una signorina da marito tra i facchini e i marinai che affollavano i magazzini della ditta Leoni? Non era forse quello il motivo che teneva lontani i migliori partiti? Chi se la sarebbe presa una ragazza abituata a trattare con gli scaricatori di porto?
Quando Magda Rulich dava il via a questo argomento, la lamentazione terminava con una invettiva velenosa e sprezzante.
- Italienisch… - esclamava la signora torcendo la bocca.
Ernesto Leoni era ancora nel pieno vigore della maturità, ma la scomparsa della figlia lo aveva fatto vacillare senza rimedio. A ciò si sommava il sospetto che ella fosse fuggita insieme al ragazzo austriaco con la complicità della madre. In più di una occasione infatti la signora Magda aveva espresso la volontà di risolvere la faccenda del futuro di Domenica a modo suo.
Quando furono ormeggiati al piccolo molo dove le barche da pesca dondolavano l'una accanto all'altra, il giorno volgeva al tramonto e, salutato Leoni, Annibale camminò lentamente verso il Delfino.


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PREFAZIONE
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