UN ESTATE ROMANTICA PER IL COMANDANTE BALSIMELLI

romanzo a puntate illustrato
di
Giovanni Zanzani


Capitolo 25

Da quando Dorotea gli aveva parlato, Annibale non pensava che a correre col Delfino in soccorso di Domenica.
- Don Cosimo, cosa ne pensa dell'idea di andare in aiuto di quei due disgraziati? Io credo di sapere dove si nascondano e con un po' di fortuna potremmo raggiungerli e portarli lontano da qui.

La frase gli era uscita di bocca come se a pronunciarla non fosse stato egli stesso. Mollare gli ormeggi senza il permesso delle autorità marittime era un reato grave, quanto bastava per finire al fresco e vedersi portar via lo yacht, se la fuga fosse fallita. Il Delfino era una barca soggetta a sequestro di polizia e le autorità jugoslave avrebbero fatto pagar cara al suo proprietario la decisione di salpare. Annibale guardò Cosimo Nasca, il barone taceva e teneva il capo reclinato in un atteggiamento di grande perplessità.
- Vuol dire che non potremo più visitare Spalato?
- Se la vedremo, sarà da dietro le sbarre di una prigione, don Cosimo.
Intanto i gruppi partiti dal paese procedevano lungo i sentieri. Alle spalle di San Martino le alture erano punteggiate di luci. Cosimo Nasca osservava lo spettacolo.

...le alture erano punteggiate di luci.
- Crede di poterci riuscire, comandante? Voglio dire, sa dove andare a prendere i due ragazzi prima che lo facciano gli altri?
- Conosco il luogo dove sono diretti, si trova dall'altra parte dell'isola, con questo maestrale la barca ce la può fare in un'ora. Quelli che passano dalla montagna impiegheranno di più. Se partiamo subito scommetto una cena che arriveremo prima noi.
- Perché le stanno così a cuore quei due?
Annibale tacque per un lungo istante ragionando sulla risposta da dare.
- Perché hanno ragione - disse - e sono soli contro tutti.
- Se si dovessero aiutare tutte le vittime di un sopruso, non avremmo tempo di fare altro.
La sentenza del barone lasciò Annibale senza parole, il nobile siciliano aveva tutte le ragioni per rifiutarsi di collaborare al salvataggio di Domenica e del suo giovane fidanzato. Il tono del discorso era quello rassegnato che don Cosimo usava quando parlava della inevitabilità del male, un tema ricorrente che gli serviva per giustificare le proprie disavventure (quasi sempre forti perdite al gioco). Annibale però colse anche ironia nelle sue parole. Nel prendere in giro il prossimo il barone Nasca era insuperabile.
- Non me la racconta giusta, Annibale. Non c'entra per caso la sorella? È davvero molto carina e poco fa ho visto che siete in rapporti teneri ...
Il barone Nasca aveva pronunciato la frase con fare sornione. Annibale tenne il capo chino e si vergognò come uno studente colto in fallo.
- Resti a terra, don Cosimo, dirà che sono partito a sua insaputa, ma mi lasci andare.
- La invidio Annibale, non sa cosa darei perché una donna come quella mi domandasse un favore. Con le donne sono sempre io a dover chiedere, e spesso mi devo accontentare di molto meno di ciò che offrono a lei. Però dopo ciò che è successo a Bari, mi sento in debito. Vorrà dire che poi, salvata Domenica, saremo pari. Muoviamoci, andiamo a vincere questa scommessa.
- E le sue lapidi? Se partiamo, non potremo più tornare qui.
- Vuol mettere delle stupide pietre con un'avventura come questa? Non me la perderei per tutto l'oro del mondo, poi le confesso che tradurre epigrafi latine che parlano di gente virtuosa cominciava ad annoiarmi. La vita se la godono i peccatori, comandante Balsimelli, assai più degli uomini probi! Piuttosto mi dispiace lasciare qui il dizionario di latino, ci ero affezionato.
- Se il signor barone me lo consente, mi impegno ad acquistargliene uno appena saremo di nuovo in Sicilia. Adesso, sono io a doverle un favore.


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