UN ESTATE ROMANTICA PER IL COMANDANTE BALSIMELLI

romanzo a puntate illustrato
di
Giovanni Zanzani

Capitolo30

I passeggeri dormivano, Rosario si trovava al timone e Annibale, seduto accanto a lui nel pozzetto, osservava la bussola illuminata nella chiesuola. L'ago era fisso su 140°, la rotta che avrebbe portato il Delfino a doppiare l'estremità dell'isola di Lesina che scorreva alla loro destra.

A quella velocità il comandante calcolò che lo yawl ci sarebbe arrivato verso mezzanotte. Da lì avrebbero puntato verso il mare aperto e, superata Curzola, si sarebbero trovati fuori dalle acque territoriali del Regno di Jugoslavia. Il proposito di Annibale era di attraversare l'Adriatico il più velocemente possibile per mettersi in salvo verso la Grecia seguendo la costa italiana, dove le motovedette jugoslave non avrebbero costituito un problema, ma quel traguardo era ancora lontano.
Il maestrale continuò a rinforzare fino a costringere Annibale a ridurre la velatura. I marinai di mestiere sanno che le attrezzature troppo sollecitate finiscono per cedere e Annibale, che era un pilota esperto, prese una mano di terzaroli alla randa maestra e alla mezzana e sostituì il fiocco con uno più piccolo. Al doppiaggio della punta orientale di Lesina lo yawl virò a destra contro il maestrale che correva libero sul canale della Narenta dando l'impressione di mettere a burrasca. Non si trattava di una tempesta vera e propria, ma di un'arrabbiatura notturna del mare, una cosa che i marinai conoscono bene. Le onde rompevano sulle creste con malagrazia producendo, come fanno gli ubriachi, più rumore che danno. Non sapendo con chi prendersela, quel mare insolente colpiva l'unica barca in navigazione nel raggio di molte miglia, rallentando non poco la sua andatura. Questo fu l'elemento inatteso, uno dei tanti imprevisti che il mare presenta ai naviganti per ricordare loro chi comanda lontano dalla terraferma.
Ora che la barca aveva messo la prua a ponente, il gagliardo vento che l'aveva spinta al giardinetto fino a capo San Giorgio era diventato ostile e lo yawl bordeggiava con fatica per risalirlo. Ben presto Annibale capì che il tempo per uscire dalle acque jugoslave sarebbe stato più lungo del previsto. Il Delfino procedeva compiendo bordi sempre più brevi man mano che si avvicinava a capo Gomena, il punto più stretto della Narenta dove il canale prende il nome di canale di Curzola. Benché la barca fosse un'eccellente bolinatrice, quel mare spezzato in prua la faceva scarrocciare di molti gradi rendendo difficoltoso il suo avanzare verso ovest. Quando capo Gomena fu superato già l'aurora arrossava l'orizzonte. Ancora poche ore e i mezzi navali jugoslavi sarebbero usciti alla ricerca dello yawl italiano.
Raggiunto il tavolo, Annibale osservò con attenzione la carta nautica. Il Delfino si trovava a una sessantina di miglia sia da Spalato che da Ragusa, una distanza che i guardacoste jugoslavi avrebbero coperto prima che lo yawl potesse raggiungere acque libere. Non restava che cercare un riparo dove attendere la notte successiva quando, protetti dal buio, avrebbero tentato una sortita per allontanarsi definitivamente da quel mare infido. Lo sguardo gli cadde sulla piccola isola di Torcola, posta a una manciata di miglia sulla destra della rotta che stavano seguendo, a nord della quale c'era un fiordo sufficientemente profondo dove nascondere l'imbarcazione.
L'insenatura di Porto Grande, che si apre a tramontana dell'isola di Torcola, si divide in tre corti bracci dei quali il migliore per l'ancoraggio è quello di sudovest che termina con un fondo di 4-5 metri. Il ridosso è sicuro con tutti i venti tranne che con quelli da nord, e i portolani richiamano l'attenzione sul fondo che viene descritto come non buon tenitore. Fu là che il comandante Balsimelli condusse il Delfino mentre la luce del giorno cominciava a svegliare gli uccelli che nidificano tra i cespugli della costa. Una grossa testuggine, disturbata dal rumore della catena d'ancora che scendeva, attraversò lo specchio d'acqua allontanandosi dall'imbarcazione. Le piccole onde formate dall'abbrivio dello scafo si allargarono verso le rive dove produssero un suono di risacca. Quando tutto finì, la superficie del mare tornò ad essere una levigata tavola azzurra e il silenzio a regnare tra le piante di ginestra e gli scogli. Per nascondere lo yacht, Annibale lo aveva spinto fin dove il  fondo dell'insenatura piega a destra ed ora il Delfino era invisibile a chi non fosse entrato del tutto nel ridosso.  Il maestrale che aveva soffiato per tutta la notte si stava spegnendo per dare il cambio a uno scirocco che sulle prime fu poco più di una bava, ma che offuscò l'orizzonte di umidità. Completate le manovre di ancoraggio e raccolte le vele, Annibale e Rosario raggiunsero il cassero dove si misero a dormire sulle panche del quadrato.

...l'aurora arrossava l'orizzonte...



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PREFAZIONE
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CAPITOLO 6
CAPITOLO 7
CAPITOLO 8
CAPITOLO 9
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CAPITOLO 12
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