Doppia vita

1

Quando le due vite di Baldassarre Ortica si incontrarono, accadde tutto in modo inaspettato. Quando le due vite si trovarono una di fronte all’altra Baldassarre Ortica scoprì che quella sua doppiezza era qualcosa di molto più complesso di un’astuzia da impiegato disonesto, era una vera e propria disposizione genetica.
Poiché a Cattolica non avvenivano omicidi dai tempi delle invasioni barbariche, fu con sconcerto che il commissario Salvetti si recò all’obitorio. Il cadavere che vi era esposto mostrava dieci buchi di proiettile che, partendo dall’orecchio destro, raggiungevano il ginocchio sinistro ed erano disposti a intervalli regolari come i buchi degli abbonamenti alle piscine comunali dopo che uno ci è andato a fare il bagno dieci volte.
I fori erano l’unica cosa che distingueva il cadavere in oggetto dai cadaveri che normalmente transitano nella modesta camera mortuaria di Cattolica, particolare che poteva rovinare le ferie del commissario Salvetti, nel senso di rinviarle a data da destinarsi. Il commissario non sapeva che pesci pigliare, che come vedremo, non è un modo di dire.
Cattolica è una cittadina collinare e marina. Il suo borgo venne costruito dagli antichi abitanti su una montagnola posta in riva a uno dei pelaghi italiani ai giorni nostri dei più frequentati. Oggi, data la mole di cemento che la sovrasta, nessuno sospetterebbe che sotto quell’accozzaglia di palazzoni ci sia una collina. Solo di tanto in tanto coloro che ci abitano si accorgono che qualcosa non quadra. Che strano, pensano camminando dalla spiaggia al paese, oggi sono così stanco che la strada mi sembra in salita. Ma dato che posseggono tre Mercedes a testa è molto improbabile che compiano il tragitto a piedi.
Baldassarre Ortica era l’unico abitante di Cattolica a non possedere tre Mercedes. Per la verità egli non ne aveva nemmeno una, e a voler essere precisi bisogna dire che l’uomo era così povero da non potersi permettere neanche un'utilitaria scassata. Questo, ai fini della comprensione della nostra storia, era il Baldassarre dalla vita numero uno il quale, andando a piedi, sapeva benissimo che le strade della città erano in salita, come la sua vita d’altronde, in salita fin dal concepimento.

2

Il sagrestano Bartolomeo stava appostato tra la vegetazione da più di un’ora e, benché la prolungata immobilità gli facesse sentire le gambe informicolite, non azzardava a spostarle nel timore di perdere d’occhio la macchia verde che si estendeva sull’argine del fiumiciattolo. Ciò che avveniva nel folto del canneto eccitava fino allo spasimo i sensi dell’uomo di chiesa: i fidanzati fornicavano, ma senza concludere. La ragazza, che all’infuori di una minuscola salvietta posata sul sigillo della propria virtù, era completamente nuda, opponeva una ferrea resistenza alle avance del moroso.
-Ivonne perché non vuoi togliere quello straccio, porco mondo? - Ruggiva il ragazzo sopra di lei, spostando con robusti colpi di reni la fragile barriera che copriva il bersaglio.
-Prima mi sposi, Martino - rideva la fanciulla riposizionando l’ostacolo tessile - poi vorrò.-
-Ivonne sono tre mesi che me la fai sospirare, vacca bestia!-
-E tu sposami Martino, così non dovrai sospirare più.-
Il sagrestano, un ometto calvo e cicciottello, ci andava di sabato al canneto. In quegli anfratti ombrosi conosceva tutte le coppie di amanti e di ognuna di esse era in grado di prevedere torpori e sveltezze. Col suo canocchialetto da teatro l’uomo poteva tenere sotto controllo una decina di situazioni calde, accorrendo al momento opportuno per gustarsi il finale, piacere al quale si univa in solitudine con un trasporto intimo molto partecipato.
-Ivonne non ti muovere.-
Ora la voce maschile si era ridotta a un sussurro. Questo non faceva parte del consueto rituale delle coppiette, il decano dei guardoni del canneto lo sapeva bene, faceva parte di qualcosa di brutto che stava per capitare a lui. Il ragazzo dopo avere pronunciato quelle parole si sollevò di scatto e raggiunse l’indesiderato spettatore che si nascondeva nel folto del fogliame.
Se dopo averlo riempito di botte, Martino tornò nel canneto, strappò la salvietta dal grembo di Ivonne e pose fine alla sua riluttanza, la colpa fu anche del sagrestano. Con la sua presenza, Bartolomeo aveva indotto la parte primordiale del cervello del giovane a prendere il sopravvento sugli strati più civilizzati.

3

L’alter ego di Baldassarre, quello che conduceva la vita numero due, lo si poteva incontrare nell’hotel più lussuoso della costa intento a esaminare col sommelier del ristorante le caratteristiche di costose bottiglie di vino prima di ordinare la più cara. Sempre ai fini della nostra storia è bene che i dettagli delle due vite siano chiariti subito: Baldassarre rubava, ecco il mezzo che gli consentiva di trasferirsi dalla vita numero uno a quella numero due indossando le vesti del riccone. Fu nel corso di una di quelle cene che il delicato castello di carte sul quale si reggeva la duplicità della sua esistenza crollò senza rimedio.
Baldassarre numero uno, smessi i panni del povero e indossato l’abito griffato preso dal luogo più asciutto del proprio armadio, fece il suo ingresso nel celebre ristorante del Grand Hotel des Bains sotto le spoglie di Baldassarre numero due. Il direttore, che lo aveva catalogato tra i buongustai un po’ esigenti, gli aveva riservato il tavolo cinque, quello di fronte alla vetrata.
Il dilemma di Baldassarre era rappresentato dagli antipasti. A lui piacevano quelli di carne, ma nella carta che gli era stata presentata gli antipasti di carne erano una sparuta minoranza. Il tempo trascorreva e Baldassarre scrutava la lista senza riuscire a decidere quale fosse il piatto giusto per dare inizio alla cena.

4

La mamma. Che cos’è la mamma?
Se vi aspettate che io risponda che la mamma è quella persona che sa trasformare ogni evento in una occasione d’amore per i propri figli, vi sbagliate di grosso, oppure la mamma di cui parliamo non era Ivonne. Lei aveva altro a cui pensare, dopo che il sagrestano aveva combinato quel guaio al cervello del suo ganzo. Erano gli anni cinquanta del novecento, che a proposito di mamme amorevoli non era il periodo giusto, tant’è che la mamma di Ivonne, nel salutare la figlia che andava a fare la cameriera al mare, le aveva detto: se torni con la pancia piena, non scendere nemmeno dal treno. L’affetto materno, negli anni cinquanta, si esprimeva così. Non era una sprovveduta Ivonne, era stata presa in contropiede dal destino, ecco tutto. Lei Martino Gross, il cuoco bolzanino della Pensione Stella Marina, aveva deciso di sposarselo molto prima che succedesse il fattaccio del canneto. L’aveva deciso il giorno stesso che era giunta a Cattolica. Gli aveva tenuto testa per tre mesi al cuciniere crucco, e se non fosse stato per il vecchiaccio che li spiava tra le canne del fiume, anche quella uscita si sarebbe conclusa secondo i suoi calcoli, con Martino più imbufalito che mai e lei ancora illibata. Ora invece sposarlo cessava di essere un desiderio per diventare una necessità. Ivonne non si perse d’animo, ciò che era accaduto nel canneto si configurava come un caso grave, non disperato.
Questo non è un trattato sui costumi degli anni cinquanta, ma qualche cosa di quei costumi si deve pur dire. Negli anni cinquanta, se c’era un caso grave, si andava dal prete. Ivonne ci andò. Tre mesi dopo che la salvietta si era persa nel canneto, la ragazza si presentò al parroco del paese di Martino Gross, un borgo perso tra le nubi e le mucche al pascolo, collocato là dove l’Italia perde il sì e acquista la kappa. Mai visti i preti di lassù? Bevono un rosso che è un balsamo, e non lo offrono mai volentieri. Dove era parrocchiano Martino, il prete andava a prenderselo di persona, il vino. Lo acquistava proprio da loro, dai Gross, nell’ultimo maso del paese, una vigna vicino alla neve che produceva un Blauburgunder da vescovi. Quando la ragazza gli si presentò con la pancia, il prete anticipò di una settimana il viaggio del Pinot nero, e Martino Gross portò gli occhi pesti per un mese. Anche i padri in quegli anni erano di poche parole.

5

Interno notte: colonne corinzie che si specchiano su un luccichio di marmi brasiliani tirati a lingua da un esercito di schiavi, ecco il ristorante dell’Hotel des Bains.
Baldassarre Ortica stava per affrontare l'entrée “Manzo Kobe ai ranuncoli siberiani e cacao To'ak vintage”, quando attraverso la vetrata del locale vide qualcosa che gli fece gelare il sangue nelle vene: un individuo identico a se stesso, ma vestito di stracci, che seduto sulla panchina di fronte al ristorante lo stava osservando.
Prima di cadere nella voragine di sbigottimento in cui precipita ogni essere umano quando vede comparire un suo doppio, Baldassarre trovò il tempo di meravigliarsi che nemmeno nell’iperlussuoso ristorante des Bains si fosse al riparo dalla vista dei poveri.
Dopo aver scrutato uno a uno i tratti somatici dell’uomo e aver verificato che erano identici ai propri,  Baldassarre sgranò gli occhi come una bambola di porcellana ruotata di novanta gradi e inghiottì la portata in un boccone. Operazione da poco, dato che si trattava di mandar giù cinque grammi di carne di cavallo appiccicate a sei foglioline di insalata stantia sporche di nutella. Il destino però aveva in serbo per lui una portata ben più ricca.
Giacchetta lisa, occhio spento, barba di tre giorni, il Baldassarre straccione si era appena seduto sulla panchina di fronte al Grand Hotel des Bains, quando da una berlina scura sopraggiunta alle sue spalle scese un uomo. Lo sconosciuto si portò tra il ricco Epulone che cenava al ristorante e il Lazzaro seduto sulla strada, li guardò entrambi stupendosi della loro rassomiglianza, infine estrasse una mitraglietta.
Lampi brevi accompagnati dalla sghignazzata d’arma automatica, urla di terrore, scalpiccio di passi in fuga, sgommata e via. Comodamente seduto su una sedia Luigi XV, assaporando delizie sibarite annaffiate da uno Chablis di suprema marca, Baldassarre Ortica aveva assistito all’uccisione del proprio sosia.
Mentre le pattuglie accorrevano a sirene spiegate verso il luogo del delitto, Baldassarre, quasi fosse lui l’assassino, uscì da una porta secondaria del ristorante dileguandosi nella notte.

6

Il babbo, cosa non è il babbo!
Martino, tutto il da fare per essere babbo credeva di averlo sbrigato nel tirarsi su i pantaloni al canneto. Invece si era preso sberle dal prete e sberle dal padre. Era stato a forza di sberle che aveva sposato Ivonne.
Si dice il livore. Il livore è poco. Quello di Martino Gross per la moglie non era livore, era molto di più. Per dirne una, quando nacque Ernesto, Martino non ne volle sapere nulla.
-Vado a partorire a casa di mia madre – aveva detto Ivonne. Lui nemmeno aveva risposto.
Era passato molto tempo da allora, tempo durante il quale i due avevano continuato a volersi male. Nel loro albergo - perché era con l’albergo ricavato dal maso che erano diventati ricchi - lei stava in cucina, lui alla cassa. Nell’albergo Aprikose tutto il male che germogliava tra i coniugi Gross si era trasformato in denaro contante che biglietto dopo biglietto aveva riempito il loro conto corrente e corrotto il cuore dell'unico figlio Ernesto.
Martino non l’aveva mai digerita la storia di lei che va dal prete e lo sputtana con tutto il paese. Che bisogno c’era di tutto quel casino, non l’avrebbe sposata lo stesso lui l'Ivonne? Nonostante fossero trascorsi più di trent’anni, il ricordo della umiliazione subita gli era rimasto dentro come una brace accesa, a Martino Gross. E chissà che non fosse stata proprio la brace a consumarlo fino a quel punto. Dal petto, la malattia che lo aveva colpito si era diffusa in tutto il corpo ed ora l’uomo si trovava immobile sul letto di una clinica ad aspettare la morte. Quella sera però, nonostante il dolore non lo mollasse un istante, l’ammalato rideva tra sé. La strana allegria non era dovuta al disfacimento cerebrale che precede la morte, ciò che divertiva Martino era lo scherzo che aveva combinato alla moglie e al figlio. Nemmeno il notaio accorso al suo capezzale aveva approvato il proposito dell’albergatore.
-E’ sicuro di quello che dice, signor Gross, guardi che ciò che vuol fare è grave.-
Solo dopo che Martino gli aveva mostrato la lettera del sacrestano l’uomo di legge aveva acconsentito a eseguire quello che lui gli chiedeva, solo allora si era messo a trascrivere le disposizioni del morente.

7

Nell’ufficio dell’Ente per la Valorizzazione del Fagiolo la luce era sempre stata scarsa, l’unica finestra era troppo piccola per farne passare a sufficienza. Ciononostante Baldassarre ci si affacciava spesso per respirare l’aria fresca che saliva dal cortile.
-Vedo che si lavora alla grande, Ortica!-
Sante Guglielmi, direttore dell’ufficio, appena tornato dalle ferie in Sardegna.
-A Porto Cervo ho visto l’onorevole Artiglio, e lo sa cosa mi ha detto, caro il mio Ortica che se ne sta in finestra a guardare le nuvole? La coltivazione del fagiolo è in netto calo, ha detto l’onorevole Artiglio, se dura di questo passo si dovrà dare una sfoltita al personale dell’Ente. Stia pure alla finestra, Ortica, vedremo come andrà a finire.-
Erano dieci anni che il perfido Guglielmi partiva per le ferie lasciando al suo sottoposto la gestione dell’ufficio, ed erano dieci anni che al ritorno dalle vacanze si divertiva a tormentare Baldassarre con quelle battute. In compenso l'impiegato Ortica durante le ferie del principale alterava la documentazione sui contributi europei per la coltivazione del fagiolo in modo da creare piccole plusvalenze. Il modesto malloppo sarebbe arrivato nel gennaio successivo e in tale occasione si sarebbero dovute manomettere nuovamente le carte, ma anche allora il grande capo sarebbe stato assente perché la settimana bianca lo avrebbe tenuto lontano dall’ufficio. Anno dopo anno Baldassarre Ortica si era incistato nelle abitudini del suo direttore come un parassita specializzato, allo scopo di sottrarre il denaro che lo avrebbe fatto diventare ricco per una notte, perché Baldassarre Ortica era così povero da coltivare la ricchezza non come un desiderio, ma come un sogno, e la cena che consumava al Grand Hotel una volta all’anno era il sogno che si avverava.
Quel giorno tuttavia, quando il direttore gli rivolse la rituale minaccia di licenziamento, l’impiegato non fu in condizione di preoccuparsene. Era ancora troppo scosso dalla scena cui aveva assistito la sera precedente, quando aveva visto uccidere un poveraccio uguale a sé stesso. Prima di ammettere che il delitto cui aveva assistito da dentro il ristorante era un fatto reale, Baldassarre le aveva pensate tutte, compresa quella che a forza di vivere una doppia vita, il suo cervello si fosse sdoppiato per davvero ed ora egli fosse condannato a vedersi girare intorno per sempre un altro Baldassare. Ma i disturbi della psiche c’entravano poco, l’omicidio era avvenuto veramente, i mezzi d'informazione ne avevano parlato per giorni. Baldassare continuava a rivedere la scena senza capire.

8

Il commissario Salvetti stava preparandosi a partire per le ferie. Dopo un mese di indagini a vuoto, Osvaldo Salvetti aveva compreso che la cosa migliore per risolvere il caso dello sconosciuto ucciso sul lungomare era staccarsene per un po’. Sul morto non si era scoperto nulla, tranne che si trattava di un soggetto di una trentina d’anni sprovvisto di documenti. Visto che nessuno ne reclamava la salma, il giudice aveva disposto che la si tenesse in obitorio per qualche tempo, giusto quello che serviva a Salvetti per andare in ferie.
Il commissario aprì la stanzetta dove conservava tutto l’armamentario per il tempo libero, in realtà un piccolo deposito di attrezzi per la pesca alla trota, e gli occhi gli si illuminarono. Sfilata dalla rastrelliera e caricata sull’auto la sua canna preferita, il commissario avviò la vettura in direzione dell’autostrada. Fu all’ultimo incrocio della circonvallazione, quando già nella sua mente si andavano formando certezze sulle misure delle trote che avrebbe pescato, che il commissario vide il morto. Il cadavere bucherellato dell’obitorio, recuperata perfettamente la salute, si accingeva a salire sull’autobus della linea numero tre. A quella vista la mente del commissario ripiombò nella confusa e malinconica pescheria dei frustrati.

9

Il programma “Cercalo in tivù” era giunto alla centesima puntata e la conduttrice non stava nella pelle dalla contentezza. Nel corso di quegli anni, “Cercalo in tivù” aveva riportato a casa orfani scomparsi, mogli fuggite, smemorati totali, più un numero considerevole di cugini emigrati e di tate ultraottantenni. Il numero cento sarebbe stato celebrato con la presentazione di un caso straordinario già annunciato nel corso della settimana da tutti i giornali. L’attesa era forte.
Nello studio televisivo dell'importante rete nazionale la signora era seduta su una poltrona avvolta nella penombra, e la telecamera, utilizzando un espediente di scomposizione dell’immagine, rendeva il suo volto simile ad un quadro di Pollock.
-Quanto tempo è che non vede suo figlio, signora?-
-E’ scomparso da un mese, il mio Ernesto.-
-Ci parli un po’ di lui, quanti anni ha?-
-Ne compierà trentacinque l’anno prossimo.-
-Aveva un lavoro, Ernesto?-
-E’ un ragazzo un po’ particolare il mio figliolo. Un lavoro fisso non ce l’ha. Noi abbiamo un albergo, anzi avevamo un albergo. Mio marito, prima di morire, ha venduto tutto.-
La signora Ivonne XXX (il regolamento della trasmissione era molto severo riguardo alla privacy degli ospiti) scoppiò in lacrime. Trenta secondi di telecamera fissa sui singulti della madre, poi il regista fece partire lo spot di “Mato Grosso”, assorbente per incontinenza urinaria maschile.

10

“…La tipula, o daddy-long-legs, è comune lungo le rive dei laghi da giugno in poi. Le tipule sono spesso sospinte sulla superficie dell’acqua mentre lottano nel tentativo di librarsi di nuovo nell’aria. Un insetto così grande è un buon boccone per la trota, che risponde avidamente. Talvolta la trota lascia alcuni cerchi sulla superficie dell’acqua procedendo sotto di essa, il che significa che sta catturando gli insetti che trova sul suo cammino. Per deduzione logica è possibile posizionare l’esca accuratamente davanti al pesce…”

Il commissario Salvetti ripose il manuale scuotendo il capo. Il problema era arrivarci, in riva al lago. Maledetto mestiere!
Dopo aver visto il resuscitato dell’obitorio, il commissario lo aveva seguito fino al centro della città a bordo della propria vettura che ora si trovava parcheggiata in doppia fila di fronte a un vigile urbano innervosito. Il morto nel frattempo era entrato nell’ufficio del notaio Gobbi.
-Baldassarre Ortica?-
-Sono io, signor notaio.-
-C’è un legato testamentario che la nomina, vuole sedersi?-
Mentre gli veniva mostrato il contenuto del testamento, Baldassarre Ortica ebbe la visione del Grand Hotel des Bains che gli rovinava addosso facendogli perdere i sensi. In tutto, la cifra che lo sconosciuto gli aveva destinato ammontava a tre milioni di euro, interamente depositati in una banca di Londra.
L’ufficio non aveva porte secondarie, chi entrava prima o poi doveva ripassare dal portone, il commissario aveva controllato. Trascorsa un’ora il redivivo ricomparve adagiato su una barella e accompagnato da due infermieri che facevano di tutto per rianimarlo. Ancora una volta al commissario non rimase che seguirlo.
Nella saletta delle infermiere, la caposala abbassò il volume dell’apparecchio televisivo e raggiunse lo sportello dove qualcuno stava mostrando un tesserino.
-Commissario Salvetti. Vorrei vedere un ricoverato. Giù all’astanteria mi hanno detto che è qui.-
-Quello che è svenuto dal notaio, vero? L’abbiamo sistemato alla dieci, ma non ha nulla, è seduto davanti al televisore, forse lo dimettiamo stasera.-
Quando Osvaldo Salvetti giunse nella camera numero dieci, malati e infermieri si affollavano intorno a Baldassarre Ortica, l’ultimo arrivato, che non aveva retto all’apparizione del proprio volto sul teleschermo dove andava in onda “Cercalo in tivù” ed ora si trovava nuovamente a terra privo di sensi.

11

“Signor Martino Gross, sono un sagrestano. Poiché mi sento prossimo alla fine, ho deciso di liberarmi la coscienza da un segreto che mi opprime. Ciò che sto per farle è una rivelazione molto importante”.
Quando era giunta la lettera, Martino Gross stava uscendo di casa per ricoverarsi in ospedale. Sulle prime pensò che si trattasse di uno scherzo, ma sulla fotografia allegata alla missiva era ritratto qualcuno che lui conosceva molto bene.
“Ciò che voglio rivelarle riguarda la sua famiglia. Forse lei non si ricorda del vecchio sacrestano Bartolomeo di Cattolica, o forse si. Molti anni or sono di fronte alla signorina Ivonne completamente nuda, lei mi picchiò, signor Gross, e non me lo meritavo. Ciò che accadde dopo, forse se lo ricorda meglio: vi sposaste e nacque un bambino. Adesso è lei, signor Gross che non merita ciò che sto per farle, ma la vita è così, nessuno ha mai quello che si merita.
La notizia che intendo trasmetterle è che quel figlio non è suo e nemmeno di sua moglie, non è vostro del tutto. Ivonne, nonostante le sue prodezze nel canneto, caro signor Gross, non rimase incinta. Quando tornò dalla madre per partorire, si sfilò soltanto un cuscino che portava da mesi. Colui che lei considera suo figlio in realtà è il figlio illegittimo di una ragazza delle nostre colline che io stesso misi in contatto con sua moglie. Ivonne, dopo aver raccontato a tutti di essere rimasta incinta e avere costretto quello stupido di Martino Gross a sposarla, si mise in cerca di un bambino da far passare come proprio, io lo seppi e il resto è facile da immaginare. La ragazza delle colline di bimbi ne fece due. Il gemello abita qui vicino e fa l’impiegato. Se capita da queste parti signor Gross, vada a questo indirizzo e dia un’occhiata. In ogni caso, le mando una foto, così se ne fa un’idea. Somiglia?”
Strano destino, quello delle lettere, pensava Martino, mentre le infermiere lo lavavano. Quel giorno lui aveva incrociato il portalettere sul cancello di casa mentre si recava in ospedale, se fosse uscito un minuto prima l’uomo avrebbe consegnato la posta a Ivonne come faceva di solito e lui quella lettera non l’avrebbe mai vista.

12

Il commissario si sfilò le scarpe e allungò i piedi sotto la scrivania posando il ricevitore del telefono sopra una spalla.
- Si, dottore, il colpevole è il solito morto di fame ingaggiato per quattro soldi. L’abbiamo preso da qualche ora e ha già parlato. No, non era un regolamento di conti, era un omicidio a pagamento, il killer aveva ancora la mitraglietta in macchina. Ha capito che confessando avrebbe evitato l'ergastolo e si è affrettato a vuotare il sacco. Ne è uscita una storia incredibile. Il mandante e l'ucciso sono la stessa persona. Quando Ernesto Gross scoprì che il padre era sul punto di lasciare tutto il patrimonio a quello sconosciuto fratello che viveva a Cattolica decise di farlo uccidere, un crimine inutile perché le norme sulla successione lo avrebbero tutelato in ogni caso. Solo uno stupido poteva immaginare una soluzione del genere, e solo uno stupido poteva recarsi di persona, travestito da barbone, a controllare l’operato del sicario. I gemelli erano identici, quando il criminale se li è trovati davanti uno vestito da barbone e l’altro da milionario non ha avuto dubbi su quale dei due uccidere. Quello che lo aveva pagato doveva essere il ricco, così ha sparato all'altro.

13

Baldassarre Ortica, terminato il processo che lo aveva costretto a tapparsi in casa per sfuggire ai cronisti, decise di iniziare la vita da nababbo che aveva sempre sognato: si comprò una villa e cominciò a cenare regolarmente al Grand Hotel des Bains. Ma la soddisfazione che aveva provato cenando da povero nei ristoranti di lusso si ridusse fino a diventare un ricordo. Frequentare quei luoghi, ora che poteva farlo senza problemi, gli appariva un modo idiota di gettare il proprio denaro. Cominciò a fare le pulci sul conto, a litigare col personale per ogni piccolezza. Insomma divenne tirchio come tutti i ricchi.
Il suo caso produsse anche spiacevoli effetti nell’ambiente della ristorazione. A causa di tutto il parlare che se ne fece, per lungo tempo nessun ricco venne preso sul serio nei ristoranti di lusso. I camerieri sospettando che sotto le sembianze dei clienti ben vestiti si celassero poveracci in cerca di evasioni proibite, li trattavano con sufficienza. Si verificarono episodi sconcertanti. Un cameriere perse il posto per aver detto - Guarda che questo non è il frizzantino che ti bevi di solito - e essersi rifiutato di sostituire la bottiglia di champagne che sapeva di tappo a un cliente che risultò essere l’amministratore delegato della società proprietaria dell’albergo.
Quanto a Baldassarre Ortica, ora è in cura da un analista che cerca in tutti i modi di tirargli fuori dal profondo i motivi del suo malessere, compito dei più difficili perché quella vita, doppia due volte prima di diventare tristemente solitaria, ha subito un compattamento simile a quello dei buchi neri, così concentrati su se stessi da non lasciar sfuggire nemmeno un raggio di sole.