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La cuoca

di

Giovanni Zanzani


Le parti del corpo della cuoca erano mascoline, non tanto per le dimensioni, tutto sommato minute, quanto per le proporzioni. Le dita corte, ma grosse, conferivano ad essa un aspetto maschile, così come le caviglie massicce sulle quali si innestavano tozzi piedi. I polpacci della cuoca erano muscolosi e teso era il collo. Del seno non so nulla perché lo vidi sempre coperto dalla parnanza, ma certamente appariva vigoroso. I corti capelli erano biondi come stoppa e davano al suo viso la grazia di un porcellino di latte.
La cuoca era brava e creativa, di lei ricordo spaghetti annodati come gomene di navi su un molo affollato, alici nel costato dei polletti e basilico tra le foglie dei carciofi, tutte idee di uno spirito generoso. Una sera - cenavo con amici - ci presentò pesci avvolti in palle di cavolfiore da sembrare nuotassero ancora nella bolla di vetro sul ripiano di una libreria.
Quando ero solo la cuoca assumeva nei miei confronti atteggiamenti amorosi. Al mio tavolo giungevano fettine di mortadella a forma di cuore, oppure cetriolini disposti a formare i messaggi “ti amo” o “ quanto mi piaci” o “ come ti vorrei”.
Al tempo in cui cominciò il suo amore per me eravamo giovani entrambi. Io lavoravo presso un grande mattatoio col compito di girare i paesi ad acquistare bestiame. Fu dopo la firma di un contratto per dieci cavalli che capitai nella trattoria dove il venditore, convinto di aver concluso un buon affare, mi volle offrire il pranzo. Evelina, che quel giorno aveva pochi clienti, ci servì di persona lasciando il vecchio Giacobbe, sguattero e cameriere quando ce n’era il bisogno, a pelar patate. Piatto del giorno: piccioni in casseruola. La cuoca li aveva fatti riposare nel grasso di porco per una notte intera, poi li aveva lavati col vino bianco e passati in forno. La bontà mi commosse al punto che mi tremò la mano e il piccolo volatile, ripresa vita per un istante, lasciò un ricordo sulla mia camicia, uno schizzetto dello straordinario intingolo della cuoca. Con quello schizzetto prese il via l’amore.
In quel tempo mi recai spesso nella cittadina della cuoca a comperare porcelli, che vi crescevano baldi e grassi, ed ella non mancò da farmi trovare fiori alla tavola. Straordinari fiori di zucca, fiori bianchi di acacia, campanule violette di salvia, cosa potevano significare quei fiori fritti che la cuoca mi presentava su una fiamminga ricamata di azzurro, se non che Evelina mi amava? Quanto tempo è passato da allora non lo so, ma quei fiori li ricordo come fosse ieri, il loro profumo ancora mi punge.
Cos’è la passione? Per Evelina fu da principio un pomodoro rosso come il suo cuore di cuoca innamorata. Così volle festeggiare il mio ritorno: era trascorso un mese dall’ultimo acquisto di porci ed io ripassai da quelle parti in cerca di tacchini. Ne comprai un carro pieno, ma il piatto con quel cuore palpitante di pomodoro che Evelina mi servì come antipasto me li fece dimenticare. Allora presi a frequentare il locale con regolarità. In quei primi tempi l’amore della cuoca era timido. Sul mio tavolo giungevano cavoletti bolliti, indivie intere rosolate sulle braci, mammole passate nell’olio ardente, tutte pietanze che dovevo spogliare foglia a foglia per scoprire il gustoso tesoro che racchiudevano: un bocciolo carnoso, un torsoletto croccante, gli stami violetti. Evelina mi spiava dalla cucina - me ne accorsi - e ogni volta che la mia mano levava un indumento al vegetale, ella fremeva tutta come lo stessi togliendo a lei. Quando la cuoca si fece audace comparvero le carni. Il suo primo gesto fu denudare il petto a una pollastra - Evelina le sfilò la pelle - e la guarnizione di carotine con la quale ornò quel giovane seno servì solo a renderlo più provocante. Ricordo il modo crudele con cui strinse di spago un arrosto di vitello. La tortura di quel laccio faceva gemere alla giovane carne dell’animale il succo profumato dei pascoli di montagna. Ma fu quando si passò ai ripieni che capii la folle parabola del suo amore. I peperoni scoppiarono di riso, le zucchine ricevettero dosi di carne incommensurabili per le dimensioni dei loro orifizi e le seppioline vennero così imbottite di piselli da esplodere al primo morso.
Giovane e sciocco non vidi l’oro di quelle audaci metafore, mi limitai a gustare le pietanze e fui tanto stolto da giungere in pieno agosto alla trattoria con una donna.
La cuoca manifestò irritazione e i piatti destinati alla sconosciuta risultarono pieni di difetti. La sera successiva mi ripresentai con lei, la ragazza era un po’ sfrontata e indossava una vistosa minigonna. Dalla cucina giunsero antipasti aridi, primi frementi d’ira, secondi che strisciavano come serpi. Quando il cucchiaio della mia amica arrivò in fondo al sorbetto che concludeva la cena apparvero le vorticanti zampette di un arrabbiatissimo scarafaggio, omaggio della cuoca.
L'anno della sua gelosia la cuoca lo passò nutrendo me di timballi pesantissimi e il proprio cuore di crudeli pensieri. Al mio arrivo aguzzava la vista per esaminarmi la bocca, nel caso vi scorgesse qualche segno di cibo consumato altrove. Lo faceva di soppiatto, naturalmente, ma in modo abbastanza sfacciato da destare in me un certo disagio. L’ultimo atto fu rapido e inesorabile. Si tenne un'asta di bovini e anch’io vi partecipai per conto del macello che mi stipendiava, alla fine delle contrattazioni tutti ci avviammo alla locanda dove si riunivano i mercanti. La locandiera - una mora volgare - rise con noi servendoci trippa e baccalà. Nell'allegria generale si gridarono gli onori alla cucina, ed io mi unii agli altri. Evelina lo seppe.
Un giorno - era un dicembre piovoso - un risotto mi fece sobbalzare. Acida ed esorbitante la cipolla (forse una bruciatura?) rancido il burro (una sbadataggine?) e infine (orrore e lacrime!) scotto il cereale. Sul fondo della sala intanto, un rappresentante di pessimo vino teneva gli occhi al cielo estasiato dalla terrina di fagiano che la fedifraga gli aveva appena servito.
Fu dunque Aristide Beretta, infame zerbinotto in giacca a quadri e cravatta a righe, che mi rubò l’amore della cuoca, una sottrazione brutale e definitiva. Disperato com’ero non mi diedi pace e tornai da Evelina più e più volte, ma la cuoca non si mostrò mai. Giacobbe tristemente posava sul mio tavolo brodini tiepidi, pallide omelettes, pesciolini sudaticci, fino alla pugnalata di quel gennaio, quando dalla cucina ormai inesorabilmente chiusa ai miei richiami d’amore giunse uno zampone freddo! Ingurgitai la cotenna che il sego rappreso rendeva attaccaticcia e mi alzai perdendomi in una notte di tormenta.

Giovanni Zanzani


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