IL REGOLATORE DELL'OROLOGIO

di
GIOVANNI ZANZANI



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1

Troppo bello per essere vero.
Questo era il pensiero controcorrente di Crespino, pensiero che veniva di tanto in tanto a interrompere la valanga degli altri pensieri che dicevano: - Ce l'hai fatta, ce l'hai fatta. Lo sapevo che il vento sarebbe cambiato - e ancora - C'è una giustizia a questo mondo? Se c'è, prima o poi le cose vanno come devono andare. -
Questo e altro girava quella notte nella testa del giovane ombrellaio ambulante impedendogli di dormire, mentre l'asino del curato, nella cui stalla era ospite, si muoveva vicino a lui.
Per la prima volta, da quando era fuggito dalla Svizzera, la fortuna lo guardava sorridendo. Quanta strada aveva percorso da quel maledetto giorno e quante città aveva attraversato, sempre col cuore in gola per paura di essere riconosciuto! Il paese dove era giunto aveva dimensioni minuscole, ed egli aveva imparato a sue spese quanta diffidenza susciti in una piccola comunità la comparsa di una faccia nuova, ma la gente pareva buona e poi nessuno lo avrebbe cercato oltre il grande fiume. Che fatica arrivarci, ancora non gli pareva vero, e che fame aveva patito, lui che col suo mestiere avrebbe potuto guadagnare una paga da artigiano sopraffino! Ecco la cosa che lo aveva angustiato di più: doversi camuffare da aggiustatore di ombrelli dopo dieci anni di apprendistato nella bottega di un orologiaio. Eh sì, era stato veramente duro arrivare fin lì, ma adesso tutto sarebbe cambiato. Il capo, quello con la pancia, era stato chiaro.
-Crespino Giobatta, siete nominato regolatore dell'orologio di San Giovanni. Vi terrete perciò a disposizione dell'autorità municipale per la manutenzione ordinaria e straordinaria del congegno posto sulla torre civica.-
Non era un miracolo? L'incarico comprendeva anche la cura delle altre attrezzature meccaniche di proprietà comunale, come le serrature e i verricelli, nonché del calesse del signor Ubaldo Montanari, il pancione per l'appunto, e questo era un po' meno onorevole, ma almeno avrebbe mangiato tutti i giorni e avrebbe avuto un tetto sopra la testa, perché anche questo stava scritto nel contratto: l'amministrazione comunale gli assegnava un alloggio.
C'era voluto tutto il suo coraggio, quella mattina, per farsi avanti. I bandi di cattura non si sa mai dove arrivano, ma splendeva un così bel sole e il luogo era tanto piacevole che aveva deciso di rischiare. Tutto si era svolto in un attimo, quel gruppo di signori che discuteva in mezzo alla piazza e lui con le sue carabattole a guardarli e a non credere alle proprie orecchie nel sentire che il problema che li teneva occupati riguardava proprio un orologio.
-E' possibile che qui da noi non ci sia nessuno capace di rimetterlo in sesto?- aveva tuonato il grasso, indicando la torre.
Gli altri avevano scosso il capo. Il capo delle guardie, un piccoletto con una divisa rossa, si era preso la briga di spiegare.
-Non c'è nessuno, signor Montanari, non c'è proprio nessuno. Bisognerebbe cercare il marchigiano che l'ha costruito, ma chissà se è ancora vivo, e poi chi ci va fino a Montecarotto? Perché è da laggiù che viene il nostro orologio, lo fece arrivare la nonna della sua signora moglie, la marchesa Valdimori l'anno che venne sposa. Sua moglie non glielo ha raccontato?-
Era stato in quel momento che Crespino aveva parlato.
-E se ve lo sistemassi io?-
Le parole gli erano uscite di bocca quasi senza volere e a dire il vero avevano suscitato più ilarità che stupore tra gli astanti. Invece non era stato difficile rimettere in movimento il vecchio orologio, se quei grulli avessero saputo di cosa il rattoppato girovago era capace non avrebbero riso tanto della sua proposta. Lui però ci era voluto rimanere un giorno intero sulla torre - per dare il giusto valore all'operazione - come avrebbe detto Horatius Mayer.
Bravo il vecchio Horatius, bravo ma carogna. Accusarlo di quelle cose orribili con la sua figliola, accusarlo di avere allungato le mani su Geltrude quando era stato lui ad allungarle su Crespino e, vista la sua reazione, a mettersi a gridare. Ben gli sarebbe stato lo scandalo di essere scoperto per quel che era, un vizioso, e meglio ancora gli era stato quel colpo in testa! Certo, la vita di Crespino si sarebbe fatta meno grama se tutto ciò non fosse accaduto, ma come si fa a mandare le cose per il verso giusto quando quelle si imbrogliano? Con gli orologi è facile, basta conoscere il meccanismo e intervenire sui registri. Ma nella vita come si fa? Tutto si sregola nella vita, tutto ciò che è ordinato finisce in disordine. Negli orologi no. Negli orologi tu allenti una vite e il battito rallenta, la stringi e il battito accelera. Ogni colpo cade nell'attimo che hai voluto. Che gioia osservare un mondo così preciso! Scatta la molla, ecco l'omino di latta che esce e suona la campana. Non sbaglia, l'omino. Fa il suo giro, si inchina e rientra. Passa un'ora e lui di nuovo a dare il segnale. Tu carica i pesi e lui lo farà cento, mille, diecimila volte, sempre sorridendo. Non c'è avvenimento che possa turbare il suo umore: tlak, eccolo apparire alla porticina. Il mondo quaggiù invece, che putiferio! I cattivi che vincono, i buoni che sono battuti, i nemici che ti odiano, gli amici che ti tradiscono. Quanto sarebbe bello il mondo delle persone se si potesse far funzionare come un orologio! Da quando era arrivato a San Giovanni però, qualcosa aveva cominciato a girare bene anche nella sua vita, pensò Crespino, impiego fisso, stipendio e casa. Troppo bello per essere vero, ma vero lo stesso.
Queste erano le emozioni che lottavano col sonno di Otto Rovelli, alias Crespino Giobatta (l'ombrellaio ambulante che gli aveva ceduto documenti e attrezzi in un'osteria di Milano e del quale egli ora portava le generalità), nato a Muggio nel Baliaggio di Mendrisio il 15 gennaio 1770, ricercato per l'omicidio del signor Horatius Mayer nella cui bottega a Ginevra era stato accolto come apprendista orologiaio. Dopo un po', l'angoscia della fuga durata due anni e i ricordi delle vicissitudini che l'avevano accompagnata fino a quell'insignificante paesino a sud del fiume Po presero lentamente a sfumare. Così il nuovo regolatore dell'orologio unì i suoi sogni a quelli dei cinquanta abitanti di San Giovanni e, perché no, a quelli dell'asino del curato.