IL REGOLATORE DELL'OROLOGIO

di
GIOVANNI ZANZANI



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Il calesse non si era ancora fermato che dal lato in ombra della piazza gli si fece incontro un gruppo di persone. Erano una decina tra uomini e donne, magri e malvestiti. Il panciuto cinquantenne fermò il cavallo e scese facendosi vento col cappello di paglia.
-Eccomi. Un po' di pazienza. Son suonate le tre? Fatemi vedere.-
Così dicendo alzò lo sguardo verso la torre.
-No, che non sono suonate. Alle tre comincia l'udienza, alle tre.-
Si incamminò verso il palazzo comunale, facendo segno al più vecchio di avvicinarsi.
-Buongiorno, Silvano.-
-Buongiorno a voi, signor governatore.-
-Allora, gli storioni li hai presi?-
-Tre sono già a bagno nel macero, signor Montanari, sentiste che codate nell'acqua bassa. Domattina torno in valle a vedere se nel tramaglio ce n'è finito un altro, però mi raccomando per le fascine, l'inverno passato le abbiamo finite che non era ancora febbraio e quest'anno, in famiglia, siamo anche cresciuti di numero.-
-Tu cercami gli storioni che alle fascine penso io. Le siepi non sono del municipio? E io non sono il governatore? Il taglio delle siepi comunali lo assegna il governatore a chi vuole. Ricordati piuttosto di presentare la domanda a Eustachio, sennò poi dicono che si fanno dei favori. Non sei il solo a sperare nell'incarico di potatore pubblico.-
Ansimando raggiunse il portale dell’edificio nel cui androne lo attendeva un ragazzo.
-Quante sono le anguille, Renato?-
-Un canestro, ma ieri il guardiano della valle Barozzi mi ha tirato. Per un pelo non mi prendeva. Non vi basta un canestro, signor Montanari? Guardate che sono tutte grosse.-
-Due, Renato. Ne voglio due. Perché non vai nella valle del Vescovo? L'anno scorso laggiù ne hanno riempito tre barili in un giorno.-
-Nella valle del Vescovo quest'anno ci sono due guardie e hanno anche una spingarda. Se devo prenderle lì, le anguille, allora signor governatore preferisco comprarvele al mercato.-
-Ma che mercato! Stasera con una scusa farò venire le guardie a casa mia, così non le avrai tra i piedi. Porta tuo fratello Biagio, che fate prima. La pratica per assegnare la dote a vostra sorella è già stata presentata alla congregazione di carità. Alla prossima riunione del consiglio farò in modo che venga accolta. Domani ti aspetto in villa e bada di portarmi i canestri pieni. Tra una settimana mia moglie dà una festa e verranno i suoi fratelli con tutte le loro famiglie, più di cinquanta nobili. E i nobili mangiano pesce, non fagioli come voi contadini!-
Così dicendo si volse verso quelli della piazza che lo avevano seguito e che ora, timidamente, gli si stavano avvicinando. Imboccando la rampa di scale che conduceva agli uffici li guardò spazientito:
-Va bene. Fra mezz'ora ricevo tutti. Ora però lasciatemi salire.-
Raggiunta la sala delle udienze, si lasciò andare sulla poltrona. Quell'incarico metteva a dura prova la sua pazienza. Non fosse stato per favorire i propri interessi, Ubaldo Montanari avrebbe mandato al diavolo tutti gli abitanti di quel dannato posto. San Giovanni era un paese davvero speciale. Benché vantasse natali antichi e gloriosi, aveva perduto col passare del tempo ogni autonomia riducendosi a essere una frazione quasi spopolata. Del passato fiorente non rimanevano che terreni da pascolo e valli da pesca, buoni solo a far nascere contese con i comuni confinanti. Il governatore vero, a scanso di malaria e schioppettate, aveva fissato la propria residenza in una cittadina più a monte, delegando a rappresentarlo Ubaldo Montanari, faccendiere del luogo. Ubaldo lo sapeva molto bene: non avevano il coraggio di viverci in quelle terre paludose e inospitali i signori rappresentanti della legge, così le rogne gliele doveva grattare lui. Molto bene, ma il tornaconto ce lo aveva pur da trovare, no?
A interrompere la monotonia di quelle riflessioni giunse Eustachio che recava una voluminosa cartella. A un cenno del signor Ubaldo, il vecchio segretario prese a scorrere la lista degli affari correnti:
-Per prima cosa, signor Montanari, ci sarebbe da sbrigare la questione della famiglia Rossi che vuole accedere alla elemosina della congregazione di carità, poi c'è il taglio delle roveri sulla curva del canale. Infine si deve scrivere la lettera per gli esposti, e ancora...-
-Ancora, un fico secco. Che ci stai a fare quassù tutto il tempo? Pensaci tu ai Rossi! Dovrebbero pur saperlo che non si prende un baiocco prima del quinto figlio, quante volte lo devo ripetere? Ne hanno quattro? Che aspettino! Per le roveri, vediamo: appartengono ai Gamba che non intendono abbatterle nonostante ostacolino il transito delle barche sul naviglio. Bene, manda le guardie insieme a Mario, il mio taglialegna. Le tagli lui sotto il loro controllo e porti i tronchi da me, che devo giusto rifare un portone.-
-Veramente signoria, i Gamba le roveri le taglierebbero anche, ma è sull'indennizzo che non sono d'accordo. Forse uno scudo per albero è un po' pochino, non si potrebbe...-
-Cosa si potrebbe? Chi sei tu per dire si potrebbe? Sei il governatore? Uno scudo basta e avanza, le roveri le confisca il comune. Vediamo ancora che c’è: il segretario dell'ospedale arcivescovile lamenta un numero eccessivo di esposti. Ecco un altro bel problema: l'ospedale ne accetta dal territorio di San Giovanni dieci all'anno, mentre da gennaio a maggio ne sono già arrivati diciassette. Che si può fare se gli abitanti si accoppiano come bestie, e soprattutto che ci può fare il governatore? Rispondi che si son visti dei girovaghi, che i bambini hanno tutti i capelli rossi, che non sono nostri insomma. E ora chi è che chiama da basso, cosa vogliono ancora da me?-
Raggiunta zoppicando una delle finestre che si aprivano sulla piazza, Eustachio confabulò qualche minuto prima di tornare a riferire.
-E' la serva della vostra signora moglie. La marchesa Ada manda a dire che Clorinda è di nuovo in giro e che stavolta dovete cercarvela da voi perché lei è stufa di fare da guardia alla sua virtù.-
Dopo l’incarico di vicegovernatore, quella dei rapporti familiari era l'altra spina di Ubaldo Montanari. Nato povero, egli doveva ricchezza e potere al matrimonio con Ada Ferri, erede di terre nonché della villa nella quale la famiglia risiedeva. Il signor Montanari, che teneva alla proprietà come fosse la sua, sapeva che fra tutta quella roba di suo non c'erano nemmeno le erbacce. La marchesa Ada era padrona di tutto, e l'amore per l’uomo di stalla che era diventato suo marito non l'aveva accecata fino al punto di cedergli il patrimonio. Bene gliene voleva abbastanza, ma a modo suo, il modo cioè di chi si è dovuto rassegnare a prendere il meno peggio tra i partiti disponibili che, date le condizioni finanziarie del casato, si erano quasi estinti. La spregiudicatezza e la brutalità con le quali Ubaldo aveva risollevato le sue finanze non erano mai piaciute alla nobildonna che giudicava quell’affanno per i debiti la marca indelebile delle origini plebee del marito. Egli dal canto suo l’accusava di essere insensata e frivola come tutti i nobili. La peculiarità del loro rapporto stava nel disprezzo che essi mostravano per le diverse origini sociali e il carattere dell'unica figlia aveva risentito curiosamente di quel conflitto: fin da piccola, Clorinda aveva preso a tener testa al padre con l’arroganza degli aristocratici e alla madre con la furbizia dei popolani.
Ubaldo Montanari tuttavia non stette a pensarci molto, scrollò il capo e si girò per uscire.
-Eustachio, ora io scappo, c'è Oreste che mi aspetta al roccolo, quelli là ricevili tu. Sai cosa rispondere: il legnatico del comune è già assegnato, per le elemosine si deve riunire il consiglio, le altre cose risolvile da solo che, quando ti pare, sai fare meglio di me. Ecco le chiavi dell'armadio, dentro c'è un sacco di farina da distribuire se qualcuno muore di fame. Dopo aver controllato che sia vero sei autorizzato a elargirne qualche scodella. Il sacco deve bastare per altri tre mesi, dunque vacci piano. Alla virtù di Clorinda speriamo pensi la marchesa Ada.-