IL REGOLATORE DELL'OROLOGIO

di
GIOVANNI ZANZANI



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Nel bel mezzo di una notte - l’orologio aveva appena suonato le due - il regolatore osservava le nubi che coprivano la luna.
-Che bizzarro destino il tuo, tu che sei ferma in cielo sembra che corri, le nubi che corrono per vedere te, appaiono immobili.-
Crespino giudicava sprecata tutta quella poesia in un orario così lontano dalla vista di Clorinda. Quando la luna ricomparve oltre il banco delle nubi che l’avevano nascosta, le sue dita già si adoperavano a manovrare i registri. Se il primo spostamento aveva avuto valore di esperimento, col secondo i propositi del regolatore si fecero più determinati: la quota di minuti sottratti salì a quindici unità. Il giorno successivo, al ponte degli asini, Crespino scelse un nascondiglio più prossimo al punto in cui la ragazza si sedeva. Quando lei giunse egli poté guardarla così da vicino da scorgere il piccolo gregge di efelidi che le pascolava sul viso e quella sera il suo stato di contemplazione durò venticinque minuti in più. L’emozione prodotta dalla vicinanza di Clorinda lo inebriò a tal punto che Crespino non si recò a dormire, ma attese l’alba nella cella dell’orologio. Il sole sorse nitidamente e in un attimo una fettina piccola piccola, ma già di un rosso splendente ferì l’orizzonte.
-Oh sole, che vita affannosa la tua. Ti affanni tutto il giorno per vedere la luna, ma lei compare solo quando sei assente e a tutti si mostra meno che a te.-
Il sole impiegò diversi minuti a rendersi interamente visibile e Crespino, stabilito che quell’alba era durata sette minuti, sette ne prese da aggiungere al proprio bottino.
Vari furono in quei giorni gli stupori cui il regolatore soggiacque: gli uccelletti che si inseguivano tra gli alberi lo fecero incantare, le farfalle sospese sui prati gli causarono sospiri di commozione, i fiori che sbocciavano fecero salire lacrime ai suoi occhi. Con ognuno di quei soggetti Crespino si inventò un dialogo e si immaginò una storia. Ad ogni storia fece seguito il furto di qualche minuto.
A mano a mano che il cumulo dei minuti cresceva, il regolatore si faceva più audace e, utilizzando nascondigli sempre più vicini al punto in cui Clorinda si sedeva, accorciava la distanza che lo separava da lei. La ragazza dal canto suo trovava così comodo l’intervallo di riposo che la deformazione oraria effettuata da Crespino le aveva messo a disposizione da aver preso l'abitudine di assopirsi tra l’erba in attesa del rientro a casa.
In quelle sere interminabili, nel corso dei minuti rubati, la ragazza dormiva mentre l’orologiaio la guardava. Il tempo uscito dai vortici dell'universo invadeva il suo cuore fino a farlo scoppiare.