IL REGOLATORE DELL'OROLOGIO

di
GIOVANNI ZANZANI



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L’orizzonte era una linea tra due specchi, quello dell’acqua in basso e quello dell’aria in alto, più chiaro. In piedi sul piccolo argine, Crespino osservava lo spettacolo della salina. Non un albero, non un cespuglio a interrompere l’immobile geometria delle grandi lagune dove il vento a tratti faceva comparire palmi d’increspatura. Lontano, gruppi di trampolieri setacciavano il fondale delle valli alla ricerca di cibo. Chini sulle larghe spatole di legno, gli uomini spingevano in mucchi il bianco minerale.
-Da Cervia ci chiedono manodopera, Giobatta, ti va di andarci? O preferisci che ti chiami Rovelli e ti mandi davanti a un giudice svizzero? Parti ragazzo, vai a salarti il cervello, ne hai bisogno.-
Era un uomo lungimirante il cardinal legato a latere, l’invio coatto alle pontificie saline avrebbe risolto ogni problema, evitando tribunale e carcere al giovane svizzero e a lui un sacco di grattacapi. In qualcosa però il cardinale si sbagliava, il sale non avrebbe cambiato nessuno dei pensieri che agitavano la mente di Crespino perchè nemmeno tutto il sale del mondo gli avrebbe fatto dimenticare Clorinda.
Nei mesi che seguirono il ricordo di lei crebbe a mano a mano che la sua immagine sbiadiva. Al di fuori di questo, nulla venne a cambiare la vita di Crespino se non i malanni che lo afflissero. Perse i denti e gli venne la malaria, ma lui sembrò non farci caso. Lavorava le ore prescritte, poi si chiudeva nella capanna. Nella penombra infestata dalle zanzare la sua mente si smarriva in un labirinto dove le ore non componevano più giorni, ma un’attesa senza speranza.
Giunse il Novantasei, l’esercito repubblicano francese si affacciò allo Stato Pontificio. Pio VI rimise i forzati in libertà ed essi gli fecero grandi feste, ma in cuor loro ringraziarono le forze della natura che avevano mandato Napoleone.