IL REGOLATORE DELL'OROLOGIO

di
GIOVANNI ZANZANI



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Nella calda sera di luglio Crespino si trovava infrattato presso il ponte degli asini a guardare il panorama e a pensare. Di panorama, a dire il vero, ne vedeva poco. Gli alberi della riva coprivano tutto l’orizzonte ad esclusione di un fazzoletto di aria nel quale stava il caseggiato di San Giovanni. Il pensare invece era tanto, anche se tutti i pensieri si riferivano a una persona sola. Il luogo, la vista e i ragionamenti non erano né casuali né scollegati. Ciò che li univa era la strada bianca che, partendo dal paese, raggiungeva il canale, lo costeggiava per un bel tratto, lo saltava sul dorso di quello che tutti da secoli chiamavano il ponte degli asini e proseguiva attraverso un piccolo bosco oltre il quale stavano le proprietà dei marchesi Ferri, con villa Fausta al centro. Poiché per arrivare alla villa si doveva attraversare quel ponte, Clorinda, rientrando dalle sue scorribande, era solita passare di là e Crespino, che ne aveva studiato i movimenti, era là che l’aspettava. La ragazza vi giungeva verso le sei, si fermava a riprendere fiato e ripartiva prima delle sette per farsi trovare in famiglia al rientro del padre. Il regolatore, nascosto tra il verde, approfittava di quel lasso di tempo che lei trascorreva seduta sul prato, semplicemente per osservarla. Ecco a cosa serviva tutto il suo pensare e guardare. Il risultato della complessa operazione che gli era costata notti insonni e giorni di pedinamenti si riduceva a un appostamento solitario tra i rovi, un’azione da brigante per un innamorato timido.
Ogni sera il regolatore si recava al ponte e col viso rivolto alla prospettiva del villaggio attendeva pazientemente che le ombre degli alberi si allungassero. Il momento che egli aspettava con tanta ansia era quello in cui le coordinate del sole, interpretate dall’orologio, avrebbero prodotto il suono delle sei, punto cardinale della sua felicità perché in quello Clorinda sarebbe apparsa sulla via. La beatitudine sarebbe cresciuta man mano lei si fosse avvicinata e sarebbe stata completa quando Crespino l’avesse vista distesa sull’erba a gustare l’ultimo scampolo di libertà rubata. La puntualità dell’evento costituiva per il regolatore il complemento più bello alla sua storia d’amore: in un luogo preciso del tempo, noto solo a lui, egli poteva avere Clorinda tutta per sé. Quale incommensurabile delizia rappresentavano gli istanti in cui, nascosto dietro un cespuglio, la osservava senza fiatare! Essi erano la fonte di una gioia così intensa da fargli pensare che non ne potesse esistere una più grande.
Nascosto tra la sterpaglia in una specie di sogno, il regolatore avrebbe dato il proprio sangue perché il sole rallentasse la corsa. Quello invece attraversava nubi, voli di uccelli, chiome di alberi, correndo veloce verso il tramonto. Giungevano le sei e mezza, il suono lontano dell’orologio rompeva l’incanto, Clorinda si alzava e si avviava verso casa. Lo sguardo del regolatore si volgeva sconsolato ai suoi capelli biondi insieme agli ultimi raggi di luce. La parte più attesa della giornata non aveva fatto tempo ad arrivare che già si era dileguata. Mentre le ombre si allungavano sulla campagna, per Crespino cominciava l’attesa del giorno successivo, del momento in cui l’azzurro  del vestito sarebbe ricomparso in fondo alla via. Il volto del giovane svizzero già si corrugava all’idea dello sforzo che avrebbe dovuto sostenere per superare la distanza che lo separava dalla felicità. Egli allora rincasava e tornava ad osservare il cielo che dopo la partenza di Clorinda riacquistava la sua proverbiale lentezza: le stelle, inchiodate lassù, parevano non avere nessuna voglia di muoversi.
-Il tempo che passo a guardarla vola, tutto l’altro invece, quando non la vedo, non passa mai.-
Non riusciva a darsi pace Crespino, non riusciva proprio ad accettare che quei momenti corressero tanto e che gli altri, che contenevano la sua tetra solitudine, si piantassero nei suoi giorni e nelle sue notti senza nessuna voglia di andarsene, e più ci pensava a quella strana irregolarità, più ci rifletteva sul fenomeno del tempo che ora accelera ora rallenta, più la sua gioia si tramutava in veleno.