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Il Natale degli animali di Brema

di

Giovanni Zanzani


L’anguilla Dalva non era nata nel Mar dei Sargassi, come recita ancor oggi la bella tradizione narrata dai documentari naturalistici. Il talamo dove i suoi genitori l’avevano concepita aveva la forma rettangolare e le pareti trasparenti di un vascone da laboratorio dove la dottoressa Lesca Dragovich aveva messo a contatto le uova della sua mamma, una giovane anguilla selezionata per quello scopo, con il seme del suo babbo, un vecchio anguillone lui sì nato nel Mar dei Sargassi al tempo dei tempi, quando ancora l’usanza era rispettata. Roden, l’anguillone, era stato catturato molti anni prima e il pescatore che l’aveva trovato nella rete, piuttosto che farlo finire sulla graticola di un ristorante, aveva pensato di ricavarne un profitto maggiore conferendolo al centro di riproduzione ittica. Roden non se l’era mai potuta prendere di vivere nelle minuscole vasche dell’allevamento, ma tant’è: cosa puo fare un’anguilla per opporsi al destino avverso se non continuare a contorcersi? Col tempo tuttavia il vecchio pesce aveva ritrovato un poco di serenità. Nel luogo dove lo tenevano prigioniero il cibo non mancava, la temperatura era giusta, di quando in quando si poteva cogliere nell’acqua anche il profumo di qualche femmina. Solo nella stagione degli amori Roden diventava turbolento, quando dentro di lui l’antica inquietudine si riaccendeva. Allora il luccicante apode sentiva rinascere la voglia di rotolarsi tra le alghe aggrovigliate del Mar dei Sargassi a fianco di qualche sinuosa compagna. In quelle occasioni si muoveva nella vasca del centro ittico con insolita energia, facendo ridere i guardiani che normalmente lo vedevano poltrire col ventre rigonfio di mangime. Quando la dottoressa Dragovich si accorgeva di quei turbamenti lo faceva spostare nella vasca delle inseminazioni guidate dove il vecchio marpione, stimolato dal profumo delle giovani anguille che si trovavano oltre la fitta rete, spargeva i propri gameti senza ritegno. Era stata l’eccezionale magrezza della madre di Dalva a consentirle di passare tra le maglie di quella rete, così che Roden se l’era trovata vicina a sfregare la pancia contro la sua. Il ricordo era volato ai vecchi tempi, quando lui e i suoi amici, appena giunti sulle sabbie calde del mare tropicale, si consumavano fino all’osso strofinandosi con le femmine. Forse era stato l’antico modo di essere concepita a dare a Dalva un carattere così strano. Quella irrequietezza, quella particolare diffidenza dell’anguilla nei confronti del mondo, doveva essere il risultato del trasferimento di qualcosa di più dei semplici caratteri genetici, forse in quel turbinio di scodinzolate tra Roden e la madre doveva essere entrata nel genoma della nascitura qualche informazione supplementare, come quella dell’inquietudine, che per le anguille vuol dire voglia di Sargassi. Ecco perché Dalva era un’anguilla instabile ed ecco perchè, appena scaricata nell’ipermercato di Brema, si era dimenata fino a saltar fuori dal contenitore e a perdersi nell’intrico di tubi che correvano sotto il pavimento. Nonostante l’angustia dell’anfratto e il cloro dei disinfettanti, la giovane anguilla aveva eletto quell’intercapedine a suo covo, e fu solo quando la curiosità ebbe la meglio sulla paura che Dalva decise di allontanarsene per esplorare quello strano mondo.

Fu tra gli scaffali dei detersivi che Dalva vide il pollo. In quel momento l’aspetto di Brian non era esattamente quello di un pollo ma l’anguilla non ci fece caso: lei di polli non ne aveva mai visti. Brian era stato un pulcino segnato dal caso: nell’incubatoio dove era venuto alla luce, il supporto sul quale il suo uovo si era schiuso presentava un avvallamento così profondo da costringere il piccolo ad allungare e torcere il collo per superare il dislivello con le altre uova. Quello diventò il suo gesto abituale e il giorno che si vide appendere per le zampe al nastro di macellazione, l’atto di torcere e allungare il collo lo salvò dalla scarica elettrica che doveva stordirlo. Così, a differenza degli altri polli, Brian giunse vivo alla spennatrice meccanica, superata la quale si trovò a vagare semintontito e completamente spennato tra le confezioni "Arrosto di fattoria" dove i suoi fratelli già mostravano un bel codice a barre appiccicato sul petto. Giunto all’ipermercato insieme ai cadaveri degli altri, Brian se la squagliò correndo lungo le pareti di cartongesso della grande costruzione. Dopo qualche giorno di spossatezza e di brucianti dolori, la sua pelle comunciò a cicatrizzarsi e il suo corpo a ricoprirsi di una crosta sanguinolenta.

Il pollo e l’anguilla stavano l’uno di fronte all’altra quando irruppe Peter. Il maiale entrò nel cunicolo sbuffando a più non posso, si sdraiò nella fanghiglia e si mise a pensare. Da quando nel corso di una azione di protesta gli animalisti lo avevano fatto fuggire dal reparto di chirurgia sperimentale, non gliene era andata bene una. Prima l’inseguimento nel traffico cittadino, poi le grida terrorizzate dei frequentatori del parco, infine gli spari degli addetti dell’ospedale che cercavano di riprenderlo. E pensare che lui nell’ospedale ci stava proprio bene: truogolo pieno tutti i giorni, acqua a volontà e lettiera calda. Era pur vero che ogni tanto si svegliava con qualche cerotto e coi punti che bruciavano, ma erano dolori che valevano bene tutte quelle comodità. Certo, quella volta che si era ritrovato senza la zampa anteriore sinistra ci era rimasto male, ma che cosa se ne faceva lui della zampa anteriore sinistra, non gli bastava la destra per grattarsi? Tra quelle riflessioni Peter si accorse di non essere solo. Quando i tre animali si guardarono, lo spettacolo che si presentò loro fu così misero che nessuno ebbe il coraggio di parlare. Infine Dalva si fece forza e poiché si sentiva di casa ed era una bestiola piena di buonsenso si rivolse agli sfortunati compagni con queste parole:

"Cari amici, forse non lo sapete, ma ci troviamo a Brema. Se quel che narrano le leggende è vero, questa città vide in passato alcuni dei nostri antenati che avevano subito ingiustizie da parte dell’uomo, battersi contro di esso e infine stabilirsi in questo luogo con onore. Ritengo che anche noi dobbiamo fare la stessa cosa".

"Ciò che dici è giusto, rispose Brian, le nostre disgrazie mostrano meglio di ogni discorso quanto gli uomini siano brutali ed egoisti. Poichè queste colpe si accompagnano sempre alla stupidità, sono convinto che non dovremo faticare molto per avere una rivincita su quei bipedi malvagi".

Peter fu l’ultimo a parlare.

"Sono d’accordo con voi, fratelli. Mettiamoci in cammino e cerchiamo un luogo dove aprir casa".

Detto fatto essi partirono. Da piccole bestie che erano, credettero di valicare pianure e montagne, ma in realtà non uscirono dall’area dell’ipermercato per la cui costruzione era stato utilizzato lo spazio che una legge disattesa aveva destinato a verde pubblico. Dopo un giorno di cammino i tre compagni non ne avevano attraversato che una minima parte. Quando verso sera essi videro una luce decisero di avvicinarsi. Era Natale e nell’ufficio del direttore si stava svolgendo una festa: il grasso funzionario spartiva con il sindaco della città, un magrolino occhialuto e antipatico, il ricavato di un anno di affari, una pila di banconote alta fino al soffitto.

"Te lo dicevo che un ipermercato dà più soldi di un parco" diceva il primo.

"E pensa che pacchia quando lo avremo ampliato utilizzando l’area destinata ai parcheggi" rispondeva l’altro ridendo. "Se alle prossime elezioni quei bastardi del partito non mi faranno eleggere in parlamento, la tangente la terrò tutta per me".

I nostri amici desiderosi di mettersi al riparo per la notte, decisero di richiamare l’attenzione dei due manigoldi per farsi aprire. L’anguilla salì sul collo del pollastro, questi si issò sulle spalle del porco e insieme si misero a gridare a gran voce. Date le loro condizioni fisiche, ciò che uscì dalle loro bocche fu un sibilo agghiacciante. Sindaco e direttore, scambiato quel rumore per una sirena, temettero che la polizia li stesse per arrestare - essi non pensavano ad altro - e fuggirono a gambe levate. Gli animali presero possesso dell’elegante ufficio, mangiarono e bevvero a sazietà e infine si addormentarono. I due mariuoli frattanto, rammaricandosi di aver abbandonato il malloppo, decisero di ritornare. Entrati che furono nell’ufficio, il direttore vide il pollo, ma il buio e la crosta al posto delle penne gli fecero credere che si trattasse di un pollo arrosto, così lo addentò. Svegliatosi per il dolore, Brian gli rovinò la faccia a beccate. Il sindaco spaventato dalle grida del compare si volse per fuggire, quando all’improvviso intravide l’anguilla sul piano della scrivania. Avendola scambiata per un fascio di banconote, cercò di agguantarla e la bestia irritata gli si arrotolò tra le gambe facendolo cadere. Fu allora che egli scorse il maiale e, interpretate le suture della sua pelle per le cuciture di una borsa, fece per aprirla. I denti che gli massacrarono le mani lo convinsero a desistere. Raggiunto il socio, gli disse:

"Gli sbirri hanno messo delle trappole e i soldi non ci sono più. Io me la batto".

L’altro, pensando di essere stato ingannato da lui, gli sparò e l’uccise. La polizia, trovati i soldi, consegnò il piccolo tesoro al giudice il quale dedusse che il motivo della lite era proprio tutto quel denaro. Fece arrestare il direttore e ordinò che si buttasse via la chiave della cella. L’ipermercato chiuse e i tre amici, padroni del campo, continuarono ad abitarvi senza più incontrare alcun ostacolo. Almeno fino alle elezioni successive.

Giovanni Zanzani


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