Cronache dalla campuria

a cura di Giovanni Zanzani

Giovanni Zanzani

 

26 aprile 2010 Global warming


Parleremo di clima in questa cronaca, un argomento di grande attualità anche in Campuria. La mia mamma ebbe l'accortezza di scodellarmi nella prima metà del secolo scorso, dandomi l'opportunità di conoscere il clima come ci era stato consegnato dalla natura e dagli abitanti vissuti in questa latitudine fin dall'antichità, gli inverni freddi, le primavere bagnate, le estati calde e secche, e gli autunni colorati e miti.
Dalla fine degli anni ottanta del novecento quel quadro cominciò a cambiare, gli inverni si fecero via via più tiepidi e cominciarono a perdere la neve. Le prime vittime del disastro climatico che si annunciava furono i commercianti di abbigliamento che si videro costretti a eliminare dalle loro vetrine cappotti e pellicce.
Negli anni che seguirono vedemmo la primavera trasformarsi in un'estate anticipata e l'estate in una stagione monsonica, calda e vaporosa come la stagione delle piogge che si osservava nella fascia equatoriale del pianeta, latitudine dove quei cambiamenti cominciarono a produrre siccità proprio nelle stagioni in cui da millenni cadeva una pioggia abbondante. Da noi l'autunno smise di esistere del tutto, con le foglie che si abituarono a rimanere attaccate agli alberi fino a dicembre inoltrato, annerite e flosce più per effetto del calo luminoso (le stagioni astronomiche non essendo modificabili dalle azioni umane) che del freddo. Dall'inizio del terzo millennio questo fenomeno si è fatto stabile, le foglie cadono dagli alberi poco prima di Natale, e nemmeno tutte.
Se devo essere sincero, il fatto che il clima si sia fatto generalmente più caldo durante tutto l'anno, sulle prime non mi angosciò troppo. Il freddo è una condizione climatica che non amo, rallenta i miei spostamenti e mi fa ammalare. Però aver visto cambiare una cosa che ho sempre ritenuto immodificabile ha fatto nascere in me uno stato di inquietudine.
L'inverno appena terminato ha rimesso un po' le cose a posto, il gelo ci ha tormentati a dovere e la neve è ricomparsa sulla pianura. Si è trattato di una stagione un po' schizofrenica, con temperature che sono balzate da meno dieci a più dieci nel corso di una sola giornata, così da non accendere troppe speranze sul ritorno del clima al suo andamento tradizionale, ma è pur sempre stato un inverno che ha fatto battere i denti e ha spaccato la pelle delle mani. È con infinita consolazione che ho ricominciato a maledirlo rammaricandomi di non poter vivere in Africa.
Nel frattempo il mondo che conta, per intenderci quello che conta i soldi a Wall Street, sembra essersi finalmente accorto che il clima sta cambiando. I poveracci lo avevano capito da un pezzo che il clima non era più lo stesso, chi ha una casa sola se ne accorge subito se una frana gliela porta via, anzi ringrazia il cielo di non essere rimasto sepolto sotto le sue rovine. Chi abitava in prossimità di qualche mare si è allontanato dalle sue rive per non essere sommerso dall'innalzamento delle acque. Ma chi si svegliava negli Usa e si faceva portare a prendere un caffè su una Limousine climatizzata con aria di montagna, del global warming se ne è sempre fregato. Adesso però anche gli abitanti ricchi degli Stati Uniti sembra abbiano cominciato a capire che è meglio ridurre l'uso di combustibili fossili. Ci volevano i furiosi incendi che hanno distrutto le loro ville di San Francisco e di Los Angeles per fargli riacquistare un pizzico di buonsenso. È così amici, anche i ricchi piangono e a volte, dopo, ragionano.
A proposito di clima, sono capitato nella grande rotonda che si trova a ovest di Faenza sulla via Emilia, una sontuosa rotonda ornata con uno di quei grandi ulivi che ora va di moda sottrarre a qualche sperduto villaggio del sud e collocare nella inospitale (per gli ulivi) pianura padana. A parte la censurabilità del gesto (gli alberi stanno bene dove sono nati, soprattutto quelli secolari) vien da chiedersi dove abbiano studiato gli esperti di giardinaggio del municipio di Faenza per non sapere che molto difficilmente quella pianta avrebbe resistito al clima sovente gelido della pianura faentina. Il duro inverno appena terminato non ci ha pensato due volte ad accoppare quell'antico ulivo che da vero e proprio monumento vegetale è diventato un monumento alla stupidità e all'incultura. È un peccato che ciò sia accaduto in una città per altri versi attenta al verde, città che in anni lontani si dotò di parchi tra i più belli della provincia di Ravenna. C'è da sperare che la morte dell'ulivo centenario serva almeno da insegnamento per quegli sciocchi giardinieri.
Mi resta però un sospetto, un sospetto cattivo, lo dico subito. La collocazione di piante così care (quegli ulivi costano migliaia di euro) non sarà una di quelle operazioni che nascondono cagnotte a favore di qualche furbacchione nascosto nella pubblica amministrazione? Perché se così fosse i giardinieri di Faenza c'entrerebbero poco e l'accusa di insipienza verso di essi si trasformerebbe in un'accusa ben più grave a carico dei soliti noti, quelli che di legislatura in legislatura posano i loro pesanti culi sulle poltrone dove noi col nostro voto li facciamo sedere. Per esempio, sapremo mai chi ha deciso di acquistare quell'ulivo, e se quell'uomo esiste, come si giustificherà?
Ecco un cambiamento climatico al quale mi farebbe piacere assistere, vedere il clima nelle amministrazioni pubbliche farsi più onesto e trasparente. .
Giovanni Zanzani


Giovanni Zanzani

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La prossima cronaca verrà pubblicata il 10 maggio 2010

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