LO YETI

Storia del primo contatto tra l'abominevole uomo delle nevi e l'homo sapiens

di
GIOVANNI ZANZANI

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CAPITOLO 1

Nel buio della notte un sussurro di donna.
-Cugino...-
Silenzio nella selva.
-Cugino di montagna...-
Un fremito tra gli alberi.
-Cugino mio...-
Nel mezzo di una di quelle lune che tolgono il sonno alle lepri e alle ragazze, Ermanno Bernini uscì dalla casetta che gli era stata assegnata, una specie di isba al limitare di un villaggio himalayano, per fumare la pipa, ma le parole trepidanti che aveva udito bloccarono la sua mano prima che essa facesse scattare la pietra focaia dell'accendino. Ermanno si acquattò dietro a un rododendro e rimase in ascolto.
La spedizione per installare la rete di ripetitori telefonici, tre tecnici più una ventina di operai locali, aveva raggiunto il villaggio da pochi giorni, quando si era verificato un drammatico incidente. Un traliccio era caduto sulla squadra di uomini uccidendone sei. L'intera operazione era stata sospesa e la spedizione aveva fatto ritorno al fondovalle. In attesa che l’installazione delle antenne venisse ripresa, a Bernini fu proposto di sorvegliare il costoso materiale trasportato sull'altopiano, cavi, tubi, parabole e altre diavolerie tecnologiche, incarico che lo costrinse a fermarsi nel villaggio. Venne il freddo, i passi si chiusero e lui finì per trascorrere lassù tutto l'inverno. La cosa non gli piacque affatto, ma Bernini si armò di pazienza e si dedicò all'attività più comune in quelle terre, l’attesa della primavera.
Quando le strade tornarono praticabili e i contatti col resto del mondo vennero riallacciati, Ermanno apprese che l’azienda italiana che aveva vinto l’appalto era fallita e che le autorità governative locali avevano bloccato il suo visto d’uscita dal paese in attesa che da Londra, città dove aveva sede la multinazionale responsabile del progetto, qualcuno giungesse a saldare i conti in sospeso col governo locale. Se ne andò così un altro anno senza che nessuno muovesse un dito in favore di Bernini il quale, dopo tutto quel tempo trascorso nella valle himalayana, già cominciava a comprendere la lingua dei valligiani.
Il termine cugino di montagna lo aveva incuriosito.
-Lo so - disse la donna che gli rigovernava la casa quando Bernini le raccontò l'accaduto. -Si tratta di Iris, la figlia del nostro vicino. La poverina si è innamorata di un cugino di montagna, un guaio per una ragazza di queste parti, davvero un brutto guaio.-
La risposta lo lasciò perplesso.
-Che male c'è a innamorarsi di un cugino, succede in tutto il mondo.-
-Non ha capito, signore. Non ho detto cugino, ho detto cugino di montagna. Non è la stessa cosa.-
Anche sul tetto del mondo i soliti pregiudizi, pensò Ermanno. I parenti snobbano il montanaro.
-Cosa c'è di sbagliato in un cugino di montagna, non sarete razzisti?-
Pema rise e corse via senza avergli rifatto il letto.
I giorni si susseguivano, Bernini libri non ne aveva, per fortuna gli era rimasta la grossa partita di tabacco da pipa che un provvidenziale scrupolo gli aveva fatto acquistare al duty free di Francoforte. La notte successiva uscì di nuovo a fumare sotto un cielo che sembrava una lamiera sfondata da un fucile a pallettoni. Dai fori di quella volta nera si sprigionava la luce dell'universo e in quelle faville Bernini cercava di scorgere l’idea che lo avrebbe ricondotto tra i popoli civili. Si sedette davanti alla casa sul tronco che fungeva da sedile e accese la pipa.
D'un tratto il terrore lo paralizzò, un cane nero grosso come un vitello lo stava fissando da non più di cinque metri. Prima che Bernini potesse reagire, quella specie di belva zannuta avanzò verso di lui e, appoggiato il capo sulle sue ginocchia, emise un mugolio di piacere. Il bestione era in cerca di compagnia e non gli era parso vero di poter fraternizzare con un altro essere vivente. Ermanno restò senza fiato mentre il cane non accennava a muoversi dall'abbraccio poi, giacché la temperatura dell’aria era scesa molti gradi sotto lo zero, il tecnico italiano cominciò ad apprezzare il calore prodotto dal contatto con l’animale e la sua paura si stemperò in tenerezza. Al suo nuovo amico non doveva dispiacere il profumo del tabacco. A ogni tiro di pipa il cane alzava il muso e aspirava con voluttà il fumo che si spargeva nell'aria.
Trascorso qualche tempo, l'animale si staccò da lui dirigendosi verso il bosco e Bernini lo sentì brontolare contro qualcosa o qualcuno che si muoveva sotto le piante. Prima di raggiungere la macchia di alberi che partiva dal bordo del prato, il corpo dell'animale si irrigidì e benché le sue dimensioni fossero quelle di un San Bernardo, il cane rimase immobile come un pointer sull’usta di un fagiano. Ermanno non attese un secondo a raggiungere la casa, tra quegli alberi poteva nascondersi un orso himalayano, soggetto assai meno socievole del cane. Quando fu al sicuro dietro alla porta, aprì lo spioncino e si mise a osservare.
La costruzione sorgeva su un prato attraversato da un sentiero. L'individuo che lo stava percorrendo sbucò dal folto degli alberi marciando col passo altalenante dei camminatori di lassù, un incedere inelegante ma efficace, quasi un saltellare che mette in uso tutti i muscoli del corpo. Alto e coperto da una robusta pelliccia, il camminatore misterioso si avvicinava al punto dove si trovava il cane il quale aveva abbassato le orecchie e si era disteso sulla neve. Ancora pochi passi e i due sarebbero entrati in contatto. Quando ciò accadde l'animale si avventò sullo sconosciuto abbaiando e facendo la stessa gazzarra che fanno i cani quando passa un cavallo. Il viandante non lo degnò di uno sguardo, ma rivolse la propria attenzione agli occhi che lo spiavano dalla casa, gli occhi sbarrati di Bernini dei quali lo strano individuo aveva rilevato la presenza. Il cane intanto si era fermato e annusava l'aria intorno al nuovo venuto con un misto di paura e di eccitazione. Anche l'estraneo annusò in giro, ma l'odore che veniva dall'interno dell'abitazione non dovette accendere il suo interesse, così riprese a camminare in direzione del villaggio. Fu allora che Ermanno ebbe il dubbio che la sua pelliccia non fosse un vestito. Fu solo un dubbio, ma così assurdo che gli si spense subito. Di lì a poco udì provenire da non molto lontano la voce femminile già udita nelle notti precedenti, voce che ora egli sapeva appartenere a Iris, la ragazza che abitava nella casa accanto. Il cugino di montagna, pensò Bernini, non sembra Fred Astaire, però ha successo con le donne.

 

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LO YETI Prefazione
LO YETI Capitolo 1
LO YETI Capitolo 2
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LO YETI Capitolo 5
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