LO YETI

Storia del primo contatto tra l'abominevole uomo delle nevi e l'homo sapiens

di
GIOVANNI ZANZANI

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CAPITOLO 8

Quando il Tsamchoe bistrot chiuse i battenti, Bernini andò a sedere su uno dei massi posti al centro della piazzetta del villaggio abbandonandosi allo sconforto. La sua notte si annunciava molto più fredda del solito giacché Sibille, forte del ruolo di dirigente in trasferta, si era insediata nel suo alloggio, dopo averglielo fatto ripulire. Lui era stato costretto a rifugiarsi nell'unico locale rimasto libero, un ovile sgangherato che a causa del crollo di un muro perimetrale era disertato da ogni bestia con l'eccezione di un vecchio caprone che saltuariamente vi trascorreva la notte. Ma ciò che affliggeva Ermanno, più delle ore da trascorrere all'addiaccio, era la prospettiva di non potere rientrare in Europa. Fermo nell'aria gelata, rifletté sulla propria posizione. Se non avesse escogitato qualcosa di risolutivo, la Bardi lo avrebbe davvero abbandonato lassù. Occorreva un'idea per convincerla a tornare sui suoi passi ed egli non impiegò molto per trovarla: Fred, non restava che lui. Solo presentandole l'essere misterioso sceso dalle montagne poteva indurre l'inviata della ditta a farlo rientrare in Italia.
Raggiunta la stalla di Iris, allontanò il cane Kaalo che gli faceva le feste e si fece largo tra i vitelli che passavano la notte lungo il corridoio principale. Il gigante himalayano dormiva della grossa in mezzo alla paglia, e Bernini dovette faticare non poco per fargli riprendere conoscenza. Aperti gli occhi, Fred non si mostrò brillante nella conversazione e al tecnico italiano occorse molta pazienza per fargli entrare nel testone peloso che erano in arrivo nuove formidabili donazioni di mele a patto che si mostrasse carino con la nuova ospite giunta da lontano.
Dopo aver ottenuto la sua attenzione con due bicchierini di grappa di patate, la meno maleodorante tra quelle che gli fornivano i contrabbandieri in cambio di attrezzatura elettronica, Bernini diede il via a un dialogo che si mostrò assai complicato. Per illustrare al selvaggio analfabeta la figura di Sibille e l'atteggiamento che avrebbe dovuto tenere con lei, provò a mostrargli pagine di un vecchio rotocalco che aveva conservato dove persone felici si scambiavano doni abbracciandosi. Le immagini riprendevano fusti e bellone del cinema che ricevevano premi nel corso di una serata di gala, ma nel cervello dello yeti la raffigurazione grafica non era un medium attivo e Fred, inghiottita la carta e trovatola insapore, la sputò. Ermanno allora risalì silenziosamente in casa per impadronirsi della giacca a vento e del fazzoletto di seta che la nuova ospite aveva posato su una sedia prima di ritirarsi a dormire. Erano capi fini e profumati che egli indossò per imitare Sibille nell'atto di donare mele all'uomo dei boschi. Con grande suo sollievo, la rappresentazione scenica trovò nella psiche del primitivo agganci positivi. Nella pantomima recitata da Bernini il personaggio Sibille indossava giacca e foulard tenendo in mano una mela. Raggiunto lo yeti, gli accostava il frutto al naso perché ne sentisse il profumo, lo blandiva con sorrisi e carezze, infine glielo offriva. L'irsuto montanaro si divertì molto, divorò le mele e batté le mani a vedere l'altro che si muoveva tra le mucche come una soubrette. Si trattò di un'impresa estenuante, ma verso mezzanotte Bernini fu ragionevolmente certo che il suo interlocutore avesse compreso il ruolo che avrebbe dovuto interpretare.
Ora veniva la parte difficile, presentare Fred a Sibille. La stanchezza ebbe il sopravvento, e Bernini, dopo aver riposto accuratamente la giacca della Bardi nel luogo dove l'aveva trovata, raggiunse l'ovile che gli era stato assegnato. Purtroppo anche il caprone aveva deciso di trascorrervi la notte. Scansate a stento un paio di cornate, a Bernini non rimase che riguadagnare la piazza.
Il sonno al quale aspirava si ritirò lasciandolo sveglio a meditare. Il compito che lo attendeva non era dei più facili, la donna era un osso duro, abituata a non fidarsi di nessuno, ma dotata di una caratteristica che Ermanno poteva usare a proprio vantaggio, l'attaccamento al denaro. Occorreva presentare alla signora Bardi la scoperta di Fred come un affare nel quale le sarebbe stato riservato un trattamento lucroso. Ci sarebbe riuscito? Per i soldi la signora lombarda era pronta a compiere qualsiasi nefandezza e la sua sottomissione al cinismo dell'azienda ne era la dimostrazione. Cosa era venuta a fare in quella valle sperduta se non a infierire su un poveraccio come lui per difendere gli interessi della ditta? La sua insensibilità e la sua sfacciata ipocrisia si ispiravano, inutile dirlo, allo stile dell'ignobile Caruana, la cui politica industriale consisteva nel presentarsi come un filantropo portatore di ricchezza e di lavoro nei paesi poveri, delegando alle formiche carnivore della squadra, alla quale apparteneva la Bardi, la parte sporca della faccenda, assumere braccia a salari da fame nei cantieri di mezzo mondo, corrompere i politici locali per evitare ogni tipo di controllo e nascondere i profitti nelle banche dei paradisi fiscali. Il solo punto debole dello scintillante edificio era la cupidigia di quelle formiche, e Sibille Bardi non faceva eccezione. Amore per i soldi, ecco la maglia lenta della catena, lo strumento a disposizione di Bernini per convincere Sibille a riportarlo a casa. Se la scoperta dell'abominevole uomo delle nevi le fosse stata presentata come un'occasione di profitto personale, allora l'inviata speciale della Società Internazionale Metallurgica avrebbe perso il proprio sussiegoso rigore.
Un topo in cerca di cibo uscì da un pertugio della pietra, ma corse via spaventato alla vista dell'uomo. A Ermanno venne voglia di piangere.

 

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