LO YETI

Storia del primo contatto tra l'abominevole uomo delle nevi e l'homo sapiens

di
GIOVANNI ZANZANI

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CAPITOLO 4

Negli interminabili mesi che la sosta forzata lo aveva costretto a trascorrere tra i monti himalayani Bernini aveva fatto amicizia con Rashiv, un boscaiolo originario di una valle limitrofa a quella dove ora entrambi vivevano. Insieme agli altri paesani, i due si incontravano in un fienile vuoto che la vedova Tsamchoe aveva trasformato in ritrovo serale e dove serviva distillati di produzione cinese che giungevano al villaggio nelle gerle degli spalloni, intrugli più adatti al banco di una mesticheria che a quello di un bar. Pur avendo l'aspetto di una stamberga polverosa, il fienile della vedova era l'unico posto dove si potesse fare uno straccio di vita notturna, notturna per modo di dire, dato che alle dieci l’anziana buttava fuori tutti. Nonostante ciò, nessuno degli uomini adulti del villaggio avrebbe rinunciato a recarsi dopo cena nel circolo della scaltra vecchietta. Essendo Ermanno e Rashiv i soli a non essere nati nella contrada, si erano rassegnati, a causa della diffidenza dei nativi che tenevano a distanza quegli “stranieri”, a sedere a un tavolo lontano dagli altri dove passavano la serata chiacchierando tra di loro. La sera che Bernini portò il discorso sull'esistenza del cugino di montagna, Rashiv si meravigliò del suo interesse per il vagabondo rinchiuso nella stalla. Secondo lui Fred non era altro che un uomo poco intelligente, destinato per questa caratteristica a venire impiegato nei lavori pesanti. Cos'altro gli si poteva far fare? In fondo Nirad era stato anche troppo generoso con quel mentecatto. Non gli aveva dato un posto dove dormire al coperto? Non lo nutriva? Era pur vero che lo teneva legato nella stalla accanto alle mucche, ma questo non per malanimo. Presto lo avrebbe messo all'opera nel campo allo scopo di impartirgli la sana disciplina del lavoro.
Da quelle parole Ermanno comprese che il boscaiolo, al pari degli altri alpigiani, non aveva la più pallida idea di cosa fosse uno yeti e che, elemento assai più rilevante, nessuno di essi era consapevole dell'importanza di averne scoperto uno. Rashiv offrì il primo giro di bevute e, mentre il liquore scendeva a bruciargli le budella, Bernini non poté fare a meno di pensare a ciò che stava accadendo nella vallata, dove un branco di bifolchi assisteva indifferente all'apparizione di un autentico uomo delle nevi. Il paradosso era giustificato dall'isolamento nel quale viveva la popolazione. Quella gente non sapeva nemmeno cosa fosse una Coca Cola, figuriamoci uno yeti. Oltre a essere analfabeti, i montanari in mezzo ai quali egli si trovava da quasi due anni erano completamente esclusi dal mondo della comunicazione. A qualche centinaio di chilometri di distanza, nei pressi delle cime montane più note, Fred sarebbe diventato una celebrità in un batter d'occhio, ma in quella regione remota e dimenticata lo yeti innamorato era destinato a essere preso per un ladro di mele o per un poveraccio da impiegare nei lavori agricoli.
Per Ermanno Bernini la scoperta dell'abominevole uomo delle nevi poteva rappresentare la grande occasione attesa da sempre. A questo pensiero il cuore gli si riempì di esaltazione ed egli allungò il bicchiere verso la vedova con l'intenzione di farselo riempire di nuovo, ma essa scosse il capo berciando qualcosa nel suo dialetto ostico per fargli intendere che senza soldi il bicchiere sarebbe rimasto vuoto. Bernini uscì dal locale bestemmiando e, raggiunto uno dei container dove era riposto il materiale della ditta, aprì il portellone dirigendosi a tentoni verso il fondo. Trovato ciò che cercava ritornò in osteria. Dopo aver preso tra le mani la costosa antenna parabolica che lui le porgeva, la donna annuì: l'originale pentola le piaceva proprio. Mentre gli versava da bere in uno dei riflettori d'onda che fungevano da bicchieri (si trattava di un servizio di dodici pezzi ceduto da Bernini allo scopo di saldare il conto del mese precedente) Tsamchoe aggiunse che se egli avesse provveduto a dotare l'oggetto di un manico, ne sarebbe venuta fuori una padella coi fiocchi e per lui ci sarebbe stato da bere anche il mese successivo. Ermanno la guardò con gli occhi rassegnati di chi ha scoperto quanto sia spietata la povertà.
Ermanno Bernini proveniva da una famiglia benestante del nord-est italiano. Figlio di un piccolo industriale, aveva trascorso la giovinezza sfasciando fuoriserie costose sulle strade che conducono a Cortina. Il fatto di trovarsi ora in capo al mondo senza soldi e senza amici era il risultato di una condotta scapestrata e sciupona sorretta da un cervello delirante. Per avere quel Campari mandarino che gli incendiava lo stomaco stava svendendo tutte le antenne paraboliche che gli erano state affidate, oggetti assai più preziosi dei tegami nei quali le parabole venivano trasformate prima di essere vendute agli abitanti del villaggio. Il giorno che l’azienda telefonica gli avesse chiesto ragione delle mancanze di materiale, lui non avrebbe saputo cosa rispondere.
Con un gesto generoso, la vedova riempì anche la ciotola dove beveva Rashiv, in realtà un illuminatore a tromba che proveniva dall'antenna trasmittente più pregiata di tutto il carico. Bernini sorrise cupamente a Rashiv che gli rispose brindando alla salute. La vedova allungò la mano verso la pentola posata sul tavolo indicando un manico che ancora non si vedeva. Bernini uscì di nuovo e tornò nel container. Questa volta a venire sacrificata fu la staffa del ricevitore di onde che, fissata sul bordo della piccola parabola mediante due bulloni, sarebbe diventata l'impugnatura della casseruola. La vedova Tsamchoe aveva finalmente trovato la padella ideale per le sue frittate!

 

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