LO YETI

Storia del primo contatto tra l'abominevole uomo delle nevi e l'homo sapiens

di
GIOVANNI ZANZANI

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CAPITOLO 5

Fred faceva ormai parte della piccola comunità. Talvolta Bernini lo vedeva privo di catene uscire dalla stalla per aggirarsi intorno al villaggio. Nirad non temeva più che il nuovo operaio agricolo fuggisse? La sua figliola aveva recepito come il rude innamorato non potesse più rinunciare alle mele? Nessuna spiegazione era esauriente, ma tutte erano plausibili. Sempre più spesso si vedeva l'omone girellare tra le case di legno che componevano l'abitato. Non erano uscite lunghe le sue, quando dalla stalla giungeva la voce di Iris il gigante irsuto tornava sui propri passi e si lasciava docilmente ricondurre accanto alle mucche dove la ragazza lo sistemava senza più serrare il lucchetto indiano. Nei suoi giri per il borgo, Fred percorreva i sentieri fermandosi a osservare le case una a una. I cani ormai avevano fatto l'abitudine al suo passaggio e non abbaiavano nemmeno più. Un giorno che Bernini lo vide avvicinarsi al suo cortile, ebbe l'idea di posare una mela sul davanzale della finestra. Era un pezzo che pensava di fare amicizia con lui, non era anche Fred un povero diavolo costretto a vivere nel villaggio contro la propria volontà? La mela gli parve l'espediente giusto per eliminare la diffidenza nata dopo l'episodio della spilla e per portare avanti il progetto che aveva in mente. Ermanno era certo che prima o poi qualcuno avrebbe rivelato al mondo la notizia dell'esistenza dello yeti, e da quel giorno il ganzo di Iris si sarebbe trasformato in una celebrità planetaria. In quella prospettiva Bernini si cullava nell'idea di essere lui a dare l'annuncio. Finalmente la mano di carte che attendeva da anni sarebbe uscita dal mazzo e da disastrato venditore di padelle egli avrebbe assunto il ruolo di manager dell'Abominevole Uomo delle Nevi, una star capace di oscurare tutti gli Elton John dell'universo! Mentre Ermanno rifletteva sulla questione, Fred aveva già localizzato la mela. Il suo sguardo esplorava l'orizzonte con l'accuratezza di un radar e nessuna sostanza commestibile sfuggiva a quella ricerca incessante. I vegetali dai colori brillanti in particolare accendevano in lui la massima attenzione. Dopo aver annusato l'aria in direzione della finestra, lo yeti avanzò fino al frutto e lo afferrò prendendolo subito a morsi. Il giorno successivo Bernini lo vide di nuovo a spasso, e non gli sfuggirono le occhiate che lanciava verso il luogo dove aveva rinvenuto la prima mela. Allora ne collocò una seconda e anche questa volta Fred corse a divorarla. Il terzo giorno il tecnico si fece trovare con la mela in mano. La scena che seguì fu repentina. Dopo essersi avvicinato, Fred guardò prima la mano dell'europeo, poi il frutto che stringeva. Quando l'uomo allungò il braccio per offrirglielo, il selvatico si irrigidì, ma fu sufficiente che la mano di Ermanno si aprisse per far sì che la fiducia tornasse a rincuorare il cugino di montagna fino a spingerlo ad afferrare il dono. Venne la volta di un uovo sodo e Fred scavalcò addirittura il davanzale per riceverlo. Mentre lo mangiava a piccoli morsi, la sua bocca si stirava in buffi sorrisi di soddisfazione. Appagato dal successo dei primi esperimenti, Bernini cominciò a riservargli regolarmente bocconi saporiti come pezzetti di formaggio o gallette che sottraeva alla propria misera razione. La voce di Iris faceva scattare Fred verso la stalla, ma l'attaccamento a Ermanno, sostenuta dall'offerta di cibo, cresceva ogni giorno. Quando fu certo della sua buona disposizione, Bernini diede il via a un rudimentale corso di alfabetizzazione. Lo yeti possedeva la capacità di dialogare con gli occhi, una modalità che bastava a trasmettere messaggi lineari. La complessità del futuro immaginato da Bernini esigeva di più. Approfittando del legame che si era stabilito tra di loro grazie ai doni, l'italiano cominciò a fargli eseguire esercizi di dialogo mediante le mani. Il primo passo fu stabilire che segni utilizzare per esprimere il sì e il no.
Accadde dopo avergli sbucciato una mela. A vederla tutta bianca, lo yeti reagì battendo il pugno della destra sul palmo della sinistra. Era la rivelazione che Ermanno aspettava. Il pugno che colpisce il palmo divenne nei dialoghi tra maestro e allievo il segnale dialogico affermativo. Più complesso risultò trasmettere con le mani le molteplici modalità della negazione. Un giorno che Fred grattandosi si strappò un pelo dal braccio, Bernini ebbe un'altra illuminazione. Lavorando su quel gesto, insegnò a Fred a esprimere una ricca gamma di no. Lo strappo di un pelo dall'avambraccio divenne la cifra di un piccolo rifiuto. Per trasmettere una contrarietà più marcata Fred fu istruito a sradicarne un ciuffetto. Così, in un crescendo di estirpazioni, il gigante acquisì la capacità di raffigurare un ventaglio di proposizioni negative che andavano dal semplice “preferirei di no” al “non se ne parla nemmeno”. A fondo scala venne posto il sacrificio della barba. Allo svellere peli dalle guance o dal mento lo yeti aggiunse saltelli e ondeggiamenti eseguiti con il corpo, coreografia che voleva indicare la sua totale ostilità verso una persona o verso una proposta. L'aggiunta di tali elementi semantici fu la testimonianza dell'entusiasmo di Fred nei confronti della comunicazione. Non passò molto tempo tuttavia prima che il silenzioso studente mutasse atteggiamento, limitando le proprie espressioni gestuali a pochi basilari messaggi, quasi reputasse l'ottuso suo tacere una virtù da salvaguardare contro i tentativi del mondo esterno, rappresentato dall'invadente Bernini, di penetrarvi.

 

LO YETI
LO YETI Prefazione
LO YETI Capitolo 1
LO YETI Capitolo 2
LO YETI Capitolo 3
LO YETI Capitolo 4
LO YETI Capitolo 5
LO YETI Capitolo 6
LO YETI Capitolo 7
LO YETI Capitolo 8
LO YETI Capitolo 9
LO YETI Capitolo 10
LO YETI Capitolo 11
LO YETI Capitolo 12
LO YETI Capitolo 13
LO YETI Capitolo 14
LO YETI Capitolo 15
LO YETI Capitolo 16
LO YETI Capitolo 17
LO YETI Capitolo 18
LO YETI Capitolo 19

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