IL ROMANZO DEL SIGNOR ARTURO Prefazione al primo capitolo

Caduta di valori, o caduta di stile? Caduta di consenso, o caduta nei sondaggi? Quante sono le possibili cadute ? E che dire della caduta dei tassi d’interesse sui mutui? (Questa l'ho messa per compiacere la banca che sponsorizza il portale, ma tra le cadute è la meno frequente). Come avrete capito stiamo parlando di cadute, che sono l'argomento della prima avventura del signor Arturo.
Ora faremo della filosofia, quindi chi è debole in materia salti tutta la prefazione. La caduta è un piacere perché appartiene alle cose facili da fare, cadendo si va in discesa. Salire è difficile, scendere è sempre più facile. Che la discesa sia un piacere lo dice il successo dello sci, ma una volta, quando c'era gente solida e coraggiosa, prima di discendere si saliva con le pelli di foca attaccate sotto le assicelle. Un’ora di fatica in cambio di dieci minuti di piacere. Poi hanno inventato gli sky-lift, e lo sci è diventato uno sport da smidollati.
Per la caduta del signor Arturo mi sono servito della tecnica del ralenti, un sistema del quale i registi spesso abusano per aumentare la spettacolarità di certe scene. Nel mio caso avevo bisogno di un po’ di tempo in più per esporre al lettore le riflessioni del signor Arturo, ma non preoccupatevi, durerà pochissimo, un lettore di media capacità può venirne fuori in cinque-sei minuti.

Buona lettura. Giovanni Zanzani.

 Giovanni Zanzani

COME FU CHE IL SIGNOR ARTURO PERSE UNA SCARPA
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Arturo Diaz


Capitolo primo
Precipitevolissimevolmente

Che Arturo Diaz si fosse lanciato nella tromba delle scale del condominio dove abitava, una magnifica tromba elissoidale che datava la costruzione dell'immobile ai primi anni del secolo XX, era un gesto che avrebbe potuto essere attribuito ad un proposito lunga­mente meditato come pure ad una decisione istantanea, entrambe le ipotesi erano ugualmente sostenibili. In favore della prima vi era il dato innegabile che quell'idea circolava nella sua testa da quando egli si ricor­dava di averne una, per la seconda non era da escludere che essa avesse approfittato di un attimo di distrazione del suo cervello per bal­zare dal deposito delle elucubrazioni alla plancia di comando. Sta di fatto che in quel bel pomeriggio au­tunnale l'impiegato della Banca delle Arti e dei Mestieri stava precipitando nel vuoto della elegante struttura architettonica ad una velocità per niente influenzata da quel dubbio.
Si fosse trattato di una azione pensata o no, la sua dramma­ticità la ascriveva agli argomenti cui il signor Arturo attri­buiva carattere di pesantezza. Allo scavalcamento della rin­ghiera del settimo piano invece, aveva fatto seguito una sensazione di assoluta leggerezza e questa contraddizione lo indusse a riflettere. Gli appariva evidente che il luogo comune che sposa la leg­gerezza alla gioia e la pesantezza al dolore era assai impre­ciso. La sensazione che avvertiva in quel momento dimostrava al di là di ogni dubbio che anche l'evento più tragico può av­venire in condizioni di perfetta imponderabilità. Inoltre che cosa è il peso se non l'effetto della forza gravitazionale, e forse che quella sa distinguere i momenti belli da quelli brut­ti? Il signor Arturo non ne veniva a capo e se ne dispiaceva sinceramente.
Così ragionando si venne a trovare all'altezza del sesto piano e poichè il corpo nel cadere aveva compiuto una mezza rotazione sull'asse trasversale, il suo sguardo - diretto ora dal basso verso l'alto - centrò le mutandine della signorina Valeria che usciva di casa in quell'istante. Era la prima volta che poteva vedere quel gran pezzo di ragazza nella posa in cui se l’era sempre immaginata. La constatazione lo riempì di stupore: ecco in che situazione deve trovarsi un uomo per fare una cosa semplice e tanto desiderata!
Al passaggio del quinto piano non potè non notare la vecchia Olbia che, piegata in due, puliva lo scalone. Il signor Arturo pensò al suo buon stipendio di bancario e a quelli ancor più sostanziosi dei direttori che non avevano nemmeno l'obbligo di recarsi in ufficio, poi alla povera grassona che sputava l'anima per far brillare i pavimenti del loro palazzo in cambio di un tozzo di pane. Era più che evidente che si trattava di una ingiustizia colossale, ma non era organizzato in quel modo tutto il sistema della distribuzione della ricchezza? Chi lavora ha una camicia e chi non lavora ne ha due, concluse ama­reggiato il signor Arturo.
Al quarto piano abitava monsignor Rallo sulla cui porta brillava un crocefisso di bronzo. Il sacro soggetto era quanto di più indicato per suggerire pensieri consoni a un uomo nella posizione del signor Arturo, ma a lui il simbolo della intera cristianità e di tutta la sua cultura apparve semplice­mente come la sagoma di un poveraccio inchiodato a due travi in omaggio alla prevaricazione più brutale. Arturo Diaz rimase interdetto, quella era un'autentica scoperta, e pensare che lui, dell'appartenenza al grande occidente cristiano, aveva sempre mostrato tanto orgoglio!
Così scuoté la testa sconsolato o almeno pensò di farlo, oggettivamente a quella velocità non avrebbe giurato di esserci riuscito. Scorse invece, e di ciò fu certo, sua moglie Cecilia entrare con fare furtivo in casa di Brouillard, pianista da strapazzo e grande divoratore di femmine che abitava al terzo piano. Il signor Arturo, che giusto in quell'istante stava per rivolgere alla consorte l'ultimo pensiero, provò una stretta al cuore. A dire la verità il suo rammarico durò poco, la vista del secondo piano gli fece subito venire in mente Lucia, la spilungona con la quale aveva passato i pomeriggi più belli della sua vita. L'amarezza per il tradimento di Cecilia fece posto a quella di non aver destinato a chi più lo meritava il tributo dell'estremo sospiro.
Al passaggio del primo e ohimè per lui ultimo piano, il si­gnor Arturo aveva un grande problema: se ne stava andando da questo mondo non solo senza nulla di bello o di buono da con­durre con sé nel caso che nell'aldilà avesse potuto fare uso di ricordi, ma senza aver potuto individuare nessun valore univer­sale sul quale conformare il proprio pensiero nell'atto termi­nale del suo funzionamento.
Il sole in quel momento stava tramontando e una lama di luce faceva brillare la targhetta di bachelite dorata sulla porta del professor Santi, vecchio insegnante di matematica e acca­nito giocatore di poker.
-Il caso, caro amico, non vi è altro che il caso.-
La frase con la quale il professore commentava vittorie e sconfitte fu l'ultima a balenare nella testa del precipitante prima dello schianto.
Ermete Rossi e Gaetano Salvadori erano i facchini incaricati di trasportare poltrone e divani dall'ampio salone della con­tessa Sinibaldi alla bottega del tappezziere giù in strada. In quel tipo di operazione di solito era Ermete, il più grosso, a stare davanti, ma quel pomeriggio chissà perchè egli aveva vo­luto cambiare posizione. Va da sé che quando il signor Arturo piombò sulla grande ottomana, Gaetano ebbe i garretti terribil­mente devastati dal mobile mentre Ermete, favorito dalla posizione, non subì alcun danno. Il primo, non perdonò mai al compagno di avergli rubato il posto.
Arturo Diaz nel trambusto perse una scarpa e, per quanto la cercasse, non fu mai in grado di ritrovarla.

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Capitolo primo - Precipitevolissimevolmente
Capitolo secondo - Attualità
Capitolo terzo - Silenzio
Capitolo quarto - Fortuna
Capitolo quinto - Movimento
Capitolo sesto - Equilibrio
Capitolo settimo - Candore
Capitolo ottavo - Coordinate
Capitolo nono - Divisione
Capitolo decimo - Incontri
Capitolo undicesimo - Guerra
Capitolo dodicesimo - Tempo
Capitolo tredicesimo - Memoria
Capitolo quattordicesimo - Tremolio
Capitolo quindicesimo - Spavento
Capitolo sedicesimo - Rubare
Capitolo diciassettesimo - Bionde
Capitolo diciottesimo - Crepa
Capitolo diciannovesimo - Luna
Capitolo ventesimo - Cicatrici
Capitolo ventunesimo - Sirene
Capitolo ventiduesimo - Astri
Festa di commiato per il Sig. Arturo